
Era una storia che puzzava. Una morte sospetta, quella di Helen Patenhoff. Aveva 83 anni, la donna, quando venne trovata morta nella sua casa di Villa Luganese.Era il 2003. L’anno prima, l’anziana, benestante, aveva sposato un uomo molto più giovane di lei: Hans Peter Mayer, il 50enne che oggi è il principale indiziato dell’assassinio di Matteo Diebold. In paese raccontano che lui la presentava come sua madre. Ma in realtà era sua moglie.Una morte sospetta, dicevamo, ma tra questo e dire che si trattò di un delitto ce ne corre. Il caso è stato archiviato come suicidio. E solo tre anni fa il procuratore pubblico Luca Maghetti chiuse il dossier per assenza di prove, abbandonando il procedimento nel quale si era ipotizzato l’omicidio.Restarono i riscontri raccolti dalla polizia scientifica, che oggi sono tornati sotto la lente degli investigatori, e i risultati dell’autopsia: morte provocata dall’assunzione di ingenti dosi di alcol e di codeina, una sostanza che si trova comunemente negli sciroppi per la tosse. Suicidio, o morte accidentale, causata da una mistura micidiale. Impossibile provare il contrario.Questo è ciò che resta delle indagini degli scorsi anni su una storia che puzzava. Un elemento tra i tanti che gli inquirenti considerano. Perché ora il problema è capire se Mayer è davvero l’uomo che ha straziato con venti coltellate il corpo del suo amante, o se è vittima di circostanze sfavorevoli. Di una serie di indizi che depongono contro di lui. Primi tra tutti, il fatto che la sera del delitto abbia cenato con Diebold al grotto Flora di Agra; e le ferite che la mattina dopo è andato a farsi medicare al pronto soccorso. Dice di essersele procurate con un taglia spiepe e agli inquirenti ripete: non sono stato io a uccidere Matteo.emmebi
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