
Si è aperto oggi alle 14.30 il processo a carico del 43enne Michele Egli, l’ex informatico della SUPSI del Mendrisiotto accusato di aver brutalmente ucciso la cognata Nadia Arcudi la sera del 14 ottobre 2016 (vedi articoli suggeriti). Il dibattimento, che dovrebbe durare fino a venerdì, si tiene alle Assise criminali di Mendrisio in Lugano. Egli dovrà rispondere alla Corte, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta, delle accuse di assassinio, turbamento della pace dei defunti, ripetuta appropriazione indebita, ripetuta falsità in documenti e ripetuta truffa. I primi due reati contestatigli si riferiscono alla vicenda delle malversazioni ai danni della SUPSI, cui l'ex informatico avrebbe sottratto almeno 260'000 franchi, mentre l'accusa di truffa è invece legata a una raccolta fondi di 5'000 franchi a favore di un fantomatico cittadino filippino bisognoso di un'operazione al cuore.
I fatti - Stando al decreto d’accusa della pp Pamela Pedretti l'imputato avrebbe ucciso la maestra di scuola elementare per futili motivi, ovvero per una disputa legata all'assegnazione della villetta, dove l'allora 35enne viveva con la madre, prima di abbandonarne il corpo vicino a Rodero, in Italia. Pochi giorni dopo Egli viene arrestato presso il valico doganale di Gaggiolo mentre sta rientrado a casa. Inizialmete nega le accuse sostenendo di aver trovato il corpo senza vita di Nadia e di averlo trasportato oltreconfine per non turbare i familiari. Circa un mese dopo, messo alle strette dagli inquirenti, confessa di averla uccisa strangolandola con una sciarpa, negando però di aver premeditato l'atto. Egli sostiene di aver agito impulsivamente durante una discussione più accesa del solito.
La perizia psichiatrica del dottor Carlo Calanchini, trasmessa la scorsa estate alla Procura, stabilisce una lieve scemata responsabilità per Egli nella misura del 25%. Più ridotta (10%) la scemata imputabilità legata ai reati finanziari commessi alla SUPSI. Stando al rapporto redatto dallo specialista, l'imputato presenta un disturbo di personalità misto, difficilmente curabile sia a livello ambulatoriale che in forma stanzionaria. Da agosto 2017 l'ex informatico, patrocinato dagli avvocati Maria Galliani e Luca Marcellini, si trova in espiazione anticipata della pena. Per il reato di assassinio il 43enne rischia il carcere a vita.
Il processo si è aperto con la lettura dell'atto d'accusa, seguita dall'interrogatorio dell'imputato (domani mattina è prevista l'audizione del dr. Calanchini mentre giovedì verrà data la parola alle parti). Tutti esauriti i posti in sala - letteralmente gremita di giornalisti, curiosi e, ovviamente, dai parenti della vittima - a riprova di quanto questo processo sia sentito in tutto il Cantone. Presenti anche gli avvocati di parte civile Mario Postizzi, Stefano Rossi e Claudio Luraschi. La sentenza è attesa per venerdì ma potrebbe anche slittare a martedì prossimo.
Il processo
18.25 - Dopo la notizia del ritrovamento del cadavere di Nadia l'imputato invia dei messaggi a due amiche nei quali si dice sconcertato dall'accaduto e si rende conto di aver sbagliato. "Non ero pronto per assumermi le mie responsabilità e non volevo che la mia famiglia sapesse che ero stato io", ha ammesso Egli in aula.
Il dibattimento riprenderà domani mattina alle 9.00.
18.15 - L'attenzione del giudice si è in seguito spostata sui messaggi di posta elettronica inviati dall'imputato dall'account di Nadia a sé stesso, al fidanzato, alla sorella e alle amiche per far credere che la vittima fosse ancora viva e malata. "Capitava che quando stava male non fosse reperibile per un giorno o due".
18.00 - Incalzato dal giudice, Egli ha ammesso di essere passato dalla dogana di San Pietro perché incustodita e di non essersi accorto di essere arrivato a Rodero. "Vicino a Stabio non ho visto punti adatti e ho pensato che se avessi lasciato il corpo in Italia sarebbe stato più complicato risalire alla vittima".
"Non ha pensato che passare per un valico doganale potesse essere pericoloso?", ha chiesto il giudice. "Non ero molto lucido, ho fatto molti errori banali", ha replicato l'imputato. "Prima di arrivare al ristorante mi sono dovuto fermare a vomitare in un bosco. Una volta arrivato al ristorante ho detto di essere passato da Nadia senza tuttavia trovarla. Prima di reintrare a casa (e di sbarazzarsi degli oggetti personali della vittima, ndr) sono tornato a Stabio perche avevo dimenticato di chiudere la porta del garage della villetta".
17.40 - Egli ha poi ammesso di aver inviato un messaggio a sé stesso e al fidanzato della vittima con il cellulare di quest'ultima per simulare che fosse ancora in vita. "Le ho tolto la sciarpa, ho messo in un sacchetto le sue scarpe sporche di sangue, la sciarpa e i cocci di vetro più grandi. Ho provato a sollevare Nadia ma non ci sono riuscito. Allora ho spostato la macchina nel garage, ho preso una fascetta che le ho messo ai polsi e ho avvolto il suo corpo in due sacchi della spazzatura". A questo punto Egli trascina il corpo della cognata lungo le scale e lo carica nel baule della macchina. Prende con sé alcuni oggetti personali della cognata come il denaro contenuto nel portafoglio ("Per alleggerire le spese del weekend"), il bracciale FitBit e il cellulare della vittima. Il telefono e il bracciale, ha spiegato, servivano per far credere che Nadia fosse ancora viva. "Pensavo di aver tempo domenica e lunedì di andare a togliere i cocci di vetro dalla scrivania, questo se non ci fosse stato l'imprevisto di dover andare al funerale della zia in Sicilia". L'imputato, è emerso dall'interrogatorio, contava di far sembrare che Nadia se ne fosse andata di casa "a causa delle faide familiari" per "non far soffrire mia moglie, mia suocera e mia figlia". Dopo aver depositato il cadavere a Rodero, Egli raggiunge moglie, figlia e suocera al ristorante di Olgiate Comasco dove si erano dati appuntamento.
17.30 - "Tutto è successo in pochi secondi, non pensavo di averla colpita così forte e mi sono stupito della rottura della bottiglia". A quel punto Nadia barcolla verso il letto. "Mitch che c***o stai facendo?", chiede. "Mi sono tolto la sciarpa, gliela ho avvolta attorno al collo e alla bocca per farla tacere. Non volevo stringerle la gola ma farla stare zitta, non sapevo cosa stavo coprendo". Il tutto è durato "un paio di minuti".
"Lei ha continuato finché Nadia ha smesso di muoversi, come concilia questo fatto con la sua dichiarazione di volerla far star zitta?", ha incalzato il giudice Pagnamenta. Domanda alla quale l'imputato non ha saputo dare una risposta: "Non so spiegare, non mi sono reso conto di quanto avevo fatto. Poi ho realizzato di aver fatto una cavolata". "Non ho sentito respirare ma solo dei gorgoglii", ha affermato. "Non mi so spiegare perchè ho usato la sciarpa così come tante altre cose accadute ieri sera". La pp Pedretti ha ricordato all'imputato che ha sempre affermato di aver avvolto la sciarpa attorno al collo della vittima e di aver confermato tale versione anche in una simulazione nell'ufficio della procuratrice stessa. A quel punto Egli ha ammesso di aver avvolto l'indumento attorno al collo della vittima.
17.15 - Dopo una breve pausa il dibattimento è ripreso e l'imputato ha continuato il racconto di quella fatidica sera. Attorno alle 19.04 Egli arriva a casa della vittima (dopo aver posteggiato in retromarcia "pronto a ripartire") e sale in camera di Nadia portando con sé lo zaino da lavoro e alcuni oggetti della vittima trovati in sala ("Ho pensato che gli servissero", ha spiegato). A questo punto Nadia gli spiega di non condividere il risultato della nuova perizia, nel quale il valore venale della proprietà era stato ribassato di soli 5'000 franchi rispetto a quella del giugno 2016. La vittima ha man mano alzato la voce fino ad urlare, rimproverandogli di "non aiutarla". Il fantomatico 'buono' resta nello zaino nonostante l'imputato avesse sempre affermato che lo scopo della visita era appunto quello di consegnarglielo. "Non sta in piedi", ha fatto notare Pagnamenta.
"Non riuscivo a dire nulla. A un certo punto si è girata verso la scrivania e mi sono sbloccato e ho pensato che dovevo farla smettere di urlare e ho cercato un qualcosa (di grosso) sulla scrivania". A questo punto Egli afferra dal suo zaino una bottiglia di birra vuota e colpisce in testa la cognata. Durante l'inchiesta l'imputato aveva sempre sostenuto che la bottigia fosse sulla scrivania. "Mi vergognavo di dirlo perché era mia e la usavo per autoerotismo, anche durante il lavoro", ha ammesso.
16.30 - L'ultima perizia sulla villetta risale a due settimane prima dei fatti e il 12 ottobre Nadia aveva chiesto all'imputato di parlarne durante il pranzo, ma la discussione era stata spostata al 14, il giorno del delitto, all'ora di cena. "Io, mia moglie e mia suocera abbiamo deciso di andare al ristorante. Sapevo che si sarebbe stata una discussione e non avevo voglia di sentirla, per questo ho proposto di uscire". La pp ha rammentato a Egli che da verbale dell'interrogatorio risulta una sua proposta di spostare tale cena a casa sua, a Coldrerio. La cena con Nadia era infine saltata ed Egli le aveva comunque scritto chiedendole di vedersi, in modo da poterle regalare "dei biglietti per un concerto dei Coldplay" (biglietti che l'imputato non possedeva in quanto già esauriti, ndr). Pagnamenta gli ha quindi rammentato di aver più volte mentito sull'esistenza di tali biglietti (sostenendo inizialmente di averli, per poi ammettere che si trattava di semplici 'buoni' dal lui scritti e stampati in ufficio) e ha evidenziato alcune incongruenze nel suo modo di agire, ovvero da un lato fare di tutto per evitare di incontrare la cognata a cena e dall'altro scriverle per chiederle di incontrarsi privatamente. Secondo l'accusa tale "inutile" buono sarebbe stato un mero pretesto per potersi recare a casa di Nadia e la spiegazione dell'imputato ("Li ho stampati dicendo che li avremmo comperati sul posto") non ha convinto praticamente nessuno in aula. Dopo il delitto Egli si era inviato dei messaggi di ringraziamento per tali fantomatici biglietti dal telefono della vittima, ma per errore li aveva inoltrati agli altri membri della famiglia. "Nadia non l'avrebbe mai ringraziata per dei biglietti inesistenti", ha fatto notare il giudice. "È uno dei numerosi errori che ho fatto e che non avrei dovuto fare", ha ammesso Egli. "Se permette, non avrebbe dovuto ucciderla", ha replicato Pagnamenta.
15.50 - La discussione in aula si è concentrata sulla villetta di via Cava a Stabio. Quando a dicembre 2015 la suocera di Egli ha confermato l'intenzione di venderla, "anche Nadia ha detto di volerla". Da lì sono nate le prime discussioni in famiglia. I rapporti si sono fatti più tesi in seguito alla perizia sull'immobile del 27 giugno 2016 ("Nadia pensava che il valore avrebbe dovuto essere minore") e Egli ha affermato di essere stato neutrale. "A un certo punto abbiamo fatto un passo indietro, altrimenti ci sarebbe stata una 'guerra' tra le due sorelle", ha spiegato. "Sapevo che c'era il pericolo che Nadia avrebbe potuto rompere i ponti con la famiglia se non avesse ottenuto la casa (affermazione mai detta dalla vittima ma dedotta dall'imputato, ndr)".
15.30 - Il giudice Amos Pagnamenta ha chiesto spiegazioni delle numerose fotografie della vittima (13) trovate nel borsellino dell'imputato, ben più numerose delle 3 immagini della moglie. Egli ha spiegato che tali immagini fossero regali, in quando Nadia sapeva che gli faceva piacere averle. Egli ha poi confermato di aver avuto paura di perdere Nadia: "Qundo aveva una relazione non lo diceva a nessuno, era strano. Io la sentivo di meno e mi è dispiaciuto. Ho cercato di farglielo capire ma non ero geloso dal punto di vista sentimentale". Egli ha però ammesso che se avesse conosciuto Nadia prima di sua moglie non è escluso che si sarebbe potuto innamorare di lei. Parlando del nuovo fidanzato di Nadia, Egli ha affermato di averlo trovato "meno invadente" del precedente e di sapere che un giorno sarebbe andata a vivere con lui.
Per quel che riguarda i debiti contratti nei confronti della cognata, l'imputato ha spiegato che lui e la moglie le avevano chiesto due prestiti separati e che mensilmente le rimborsavano una somma di 300-350 franchi. "Forse una volta mi aveva chiesto di essere più puntuale nei pagamenti", ha ammesso.
15.15 - L'imputato ha ripercorso il periodo in cui conobbe Nadia, circa 18 anni fa, e i rapporti personali con lei. Egli ha confermato di vederla spesso (circa una volta a settimana), in occasione di concerti oppure di proiezioni cinematografiche. Nel corso degli anni, a partire dal 2003, Nadia è diventata sempre più importante diventando la sua "migliore amica" e la sua "sorellina" e lui la amava come tale. Egli ha ammesso di averle fatto molti regali, tra cui dei CD, la sua vecchia macchina, un iPod e alcuni capi d'abbigliamento. "Non potevo dirle apertamente che le volevo bene perché le dava fastidio, per questo le facevo dei regali", ha spiegato, negando che vi fosse qualcosa oltre all'amore 'fraterno'. "Ammetto che in parte i regali erano un modo per vederla di più".
15.05 - In carcere l'imputato segue delle cure psicologiche per aiutarlo a capire quanto accaduto e come migliorare la sua situazione. "Da 19 mesi non ho visto mia moglie (che ha recentemente chisto il divorzio) e mia figlia".
14.55 - Prima di passare all'interrogatorio dell'imputato è stata confermata l'aggiunta di altri due capi d'accusa: messa in circolazione di apparecchi di ascolto, di registrazione del suono e delle immagini e furto (per aver sottratto 10 franchi e 5 euro dal borsello della cognata la sera del delitto). Egli, che ha affermato di voler rispondere alle domande del giudice, ha descritto come "non buona" la situazione finanziaria della sua famiglia ("Non guadagnavamo abbastanza per mantenere il nostro tenore di vita") e di aver estinto diversi precetti esecutivi grazie ai soldi della SUPSI e di aver beneficiato di un prestito da parte della cognata. In passato Egli era stato indagato per riciclaggio ma l'accusa era venuta a cadere in quanto era stato truffato da un 'amica virtuale'. I fatti risalgono al 2012.
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