
Ci siamo. Il primo capitolo giudiziario del delitto di Stabio sta per chiudersi. Nel tardo pomeriggio di oggi è attesa la sentenza delle Corte delle Assise criminali di Mendrisio, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta, che dovrà stabilire se l’imputato Michele Egli è colpevole di assassinio oppure di omicidio intenzionale per aver ucciso la cognata Nadia Arcudi la sera del 14 ottobre 2016 (per la cronaca del processo vedi articoli suggeriti).
Per la pp Pamela Pedretti non ci sono dubbi: Egli ha ucciso Nadia per futili motivi e ha agito in modo spietato, crudele, disumano. Pertanto l’accusa “non può che essere quella di assassinio”. Di tutt’altro avviso gli avvocati difensori Maria Galliani e Luca Marcellini. Sì, Michele Egli ha ucciso la cognata ma lo ha fatto perché sorpreso dalla reazione delle 35enne maestra, da lui sempre vista sotto una sorta di luce angelica e che invece, quella sera, lo aveva aggredito e accusato di essere come gli altri familiari. “Il suo non è stato il tipico comportamento dell’assassino – ha argomentato ieri Galliani – Non ha agito con quella mancanza di scrupoli che qualifica il reato di assassinio: il suo mondo è andato in frantumi”.
Il dibattimento è ripreso con l'intervento dell'avv. Luca Marcellini, che si è occupato delle richieste di pena. "Gli aspetti di natura umana devono essere rimessi nei giusti binari quando ci troviamo a celebrare un processo penale - ha ammonito - Nel processo penale la posizione centrale è quella dell'imputato e abbiamo la necessità di fissare una pena giusta". Per l'omicidio intenzionale, ha rammentato Marcellini, la pena è compresa tra un minimo di 5 e un massimo di 20 anni, per l'assassinio si va invece da un minimo di 10 anni al carcere a vita. "In questo 'range' che va da 5 anni al carcere a vita dobbiamo stabilire la pena giusta in base alla gravità della colpa dell'imputato".
Il movente - "Per determinare la gravità della colpa spicca il movente e l'eventuale diminuzione della sua capacità. In alcuni casi lo scopo dell'autore è immediatamente percepibile ma ci sono altri casi in cui queste circostanze non sono del tutto chiare - ha proseguito l'avvocato - In questi casi bisogna stabilire il reale movente che ha spinto l'imputato ad agire e per farlo ci si basa sulle sue dichiarazioni o su una perizia psichiatrica". Nel caso concreto "la dimamica è chiara ma la modalità non ci dice nulla su quello che è il movente", ha ammonito. "Nella storia del rapporto tra imputato e vittima non c'è nessun elemento che può giustificare quanto accaduto: tra i due c'era indubbiamente affetto - che Nadia ricambiava con modalità più normali e più adulte di quelle dell'imputato - mentre dalla storia della vita di Egli non c'è un solo episodio che possa contribuire a dipingerlo come una persona violenta o dal limitato controllo dei suoi impulsi". Secondo la perizia, inoltre," mancano diverse caratteristiche tipiche dello psicopatico".
"Moglie e suocera erano talmente convinte dalla sua gentilezza, tanto da credere alla storia raccontata inizialmente agli inquirenti, ovvero di aver trovato il cadavere di Nadia e di averlo occultato per non causar loro sofferenza - ha proseguito Marcellini - Ma nulla di quello che lui ha nascosto (come le malversazioni o le sue tendenze sessuali tendenti al masochismo) ha qualcosa a che vedere con la violenza e l'aggressività o con improvvise pulsioni omicide". "Sì, Egli è stato un disonesto ma né nella sua vita prossima né in quella remota troviamo un movente che giustifichi quanto ha fatto".
"Un movente può esserci stato - ha spiegato Marcellini - Ma può anche non esserci stato del tutto e Egli ha ucciso Nadia Arcudi senza averne motivo, in un atto del tutto inconsulto". Per far luce sulle motivazioni "si può percorrere anche una terza via, ovvero ascoltare quello che ha da raccontare l'imputato". Al pari della collega Galliani, anche Marcellini ha respinto le critiche rivolte dal giudice alla perizia del dr. Calanchini. "Non capisco le obiezioni della corte sulla perizia del dr. Calanchini. Se un determinato evento esce dalla razionalità devo per forza cercare una causa patologica".
In conclusione, per la difesa Egli ha agito in modo improvviso e non premeditato e il movente è perlomeno "incerto", spiegabile solo dall'imputato stesso.
Le richieste di pena - "Le modalità dell'omicidio sono gravi, ma da sole non bastano a giustificare l'accusa di assassinio. Nell'ambito dell'omicidio intenzionale ci troviamo davanti a un caso da collocare nella fascia alta della responsabilità dell'autore. Per la difesa si deve presupporre una pena base di 16 anni. Pur non avendo collaborato molto con gli inquirenti, "gli va riconosciuto il fatto di essersi presentato in aula da reo confesso". Marcellini ritiene che tale pena minima debba essere aumentata di un anno per il concorso con gli altri reati e diminuita di due anni per la scemata imputabilità di grado lieve. La richiesta è dunque di 15 anni di carcere. L'accusa, ricordiamo, aveva chiesto il carcere a vita.
"Nel contesto dell'assassinio - ha concluso - il caso va invece collocato nella fascia media: venisse riconosciuto colpevole di assassinio ritengo che una pena base di 18 anni sia adeguata". Tale pena deve tener conto del concorso di reati e della scemata imputabilità, pertanto la richiesta finale in caso di assassinio è di 17 anni.
"Mi dispiace moltissimo per Nadia" - Prima di sospendere l'udienza il giudice ha dato la parola all'imputato. "Mi dispiace moltissimo per Nadia, per averle tolto tutto quello che aveva e per il dolore che ho provocato ai suoi cari", ha detto Egli.
Il dibattimento è stato aggiornato alle 17.00 per la lettura della sentenza.
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