
Si apre oggi il processo per il delitto di Muralto, che aveva scosso il Ticino e che ha avuto un’ampia eco mediatica fino in Gran Bretagna. Alla sbarra il trentenne tedesco, accusato di aver ucciso la sua compagna inglese di 22 anni, mentre si trovavano nell’albergo La Palma au Lac nell’aprile del 2019.
La coppia si era conosciuta in Thailandia, dove la giovane donna stava trascorrendo le vacanze. Lui invece lavorava come buttafuori in una discoteca del posto. Sposato con una donna di Zurigo e un figlio da mantenere, l’uomo percepiva una rendita di invalidità per infortunio ed era sommerso dai debiti.
È però durante una vacanza sul Lago Maggiore che si è consumata la tragedia. Il 9 aprile 2019 l’uomo si è precipitato nella hall dell’albergo, concitato e confuso, urlando al portiere che la sua amica era svenuta in bagno e non si muoveva più. Giunti sul posto, i soccorritori non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.
Lui ha sempre dichiarato che si è trattato di una disgrazia, un gioco erotico finito male. Non è dello stesso avviso la pubblica accusa, rappresentata dalla procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis, secondo cui l’uomo ha strangolato la ragazza di proposito. Il movente sarebbe di natura finanziaria. Nell’atto di accusa si parla di assassinio e in via subordinata di delitto colposo o non intenzionale. Ad avvalorare la tesi dell’omicidio, anche una lunga serie di illeciti perpetrati dall’uomo prima dell’incontro con la vittima e commessi in Svizzera interna: ripetuta falsità di documenti, truffa all’assicurazione invalidità fino ad un’aggressione con pestaggio.
Il processo, ricordiamo, sarebbe dovuto iniziare a luglio, ma era stato rinviato dopo il presidente della Corte Mauro Ermani aveva disposto ulteriori approfondimenti scientifici su alcune macchie di sangue. Secondo quanto riferisce il Corriere del Ticino le analisi commissionate all’Università di Zurigo, però, non hanno portato a nulla di nuovo. Troppo degradate le macchie di sangue per poter stabilire con esattezza se sono della vittima, dell’imputato o di una terza persona. Alla Corte dunque il compito di stabilire se l’imputato abbia voluto uccidere o meno la giovane donna.
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