
Lei bugiarda, lui, benché confuso, credibile. “Lei ha mentito in continuazione e anche su elementi cardine di questa vicenda”, ha detto il giudice Amos Pagnamenta, commentando la condanna dei coniugi, di 39 e 49 anni, autori del delitto di Monte Carasso. “Lui si è a volte contraddetto, ha mostrato incertezze, ma su fatti di contorno”. Per quanto riguarda invece l’accusa alla moglie di aver ideato il delitto, “la sua versione non è perfettamente cristallina, ma risulta credibile”.
Entrambi i coniugi pianificarono e misero in atto nel 2016 l’omicidio dell’ex moglie di lui. Archiviato come suicidio per due anni, fino alla redenzione dell’uomo che, lo scorso anno, decise di confessare. Se il marito è reo confesso, la donna non ha partecipato materialmente all’uccisione e ha sempre negato il suo coinvolgimento. La corte ha comunque ritenuto come abbia avuto un ruolo nella decisione di uccidere e nella pianificazione del delitto. Anzi, Pagnamenta ha spiegato come la perizia sull’uomo mostri che “la decisione di uccidere l’ex moglie mal si concilia con la personalità dell’imputato”. Insomma l’uomo non avrebbe potuto decidere da solo il delitto.
La corte ha ritenuto che il movente fosse “prettamente economico”, ovvero il desiderio di eliminare i 3’400 franchi di alimenti dovuti all’ex moglie. Un movente futile ed egoistico. Uno scopo odioso. Mentre la modalità dell’uccisione è stata giudicata perversa. Insomma i tre requisiti che configurano il reato di assassinio, la versione più odiosa dell’omicidio intenzionale.
Così la 39enne russa, mente del finto suicidio di Monte Carasso, è stata condannata alla reclusione a vita. Il marito 49enne sopracenerino, autore materiale del delitto, a 16 anni. L’unica attenuante per lui, che gli ha risparmiato la reclusione a vita, è una minima scemata imputabilità riscontrata durante la perizia psichiatrica. La donna, infine, è stata condannata anche per denuncia mendace, per aver falsamente accusato il marito di violenza carnale e minacce.
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