
I lavoratori del granito e delle pietre naturali attivi in Ticino, preso atto del fallimento dei tentativi di riallacciare un dialogo con l'associazione padronale di categoria che persiste nella violazione delle disposizioni contrattuali in vigore, hanno dato mandato a Unia e Ocst di chiedere la mediazione dell'Ufficio cantonale di conciliazione. Tale richiesta è stata inoltrata oggi dai due sindacati congiuntamente.
Nella richiesta d'intervento si denuncia in particolare «l'atteggiamento provocatorio e di totale chiusura» assunto dall'associazione industrie di graniti, marmi e pietre naturali del cantone Ticino (Aitg), la quale si ostina a non accettare l'assoggettamento delle ditte affiliate al Contratto nazionale mantello (Cnm) dell'edilizia principale (dichiarato di obbligatorietà generale dal Consiglio federale) ed a sottrarsi ai controlli sulla sua applicazione da parte della Commissione paritetica cantonale o attraverso la compilazione dell'usuale rapporto di auto-certificazione. Questo nonostante l'applicabilità del Cnm (retroattivamente a partire dal 1° febbraio 2013) sia stata confermata dall'autorità federale in più di un'occasione, l'ultima volta lo scorso 26 luglio.
Preso atto d'altro canto dell'«assenza di una chiara volontà» dell'Aitg di ripristinare un contratto collettivo di lavoro cantonale (il precedente è giunto a scadenza a fine 2011), i lavoratori del settore affiliati ai sindacati Unia e Ocst (325 su un totale di 350, ossia il 93 per cento) hanno deciso all'unanimità di presentare la suddetta istanza.
Qualora l'Ufficio di conciliazione dovesse mancare l'obiettivo di ripristinare un quadro di legalità, i lavoratori sono pronti ad adottare le necessarie «misure di lotta» nel corso della prossima primavera. «Il perdurare di questa situazione di totale arbitrio" scrivono Unia e Ocst "condurrà nel breve-medio termine a una situazione di pesante degrado delle condizioni quadro di lavoro nel settore (dumping salariale e contrattuale, concorrenza sleale tra imprese locali ed esterne)». Un pericolo assai elevato in una realtà come quella del cantone Ticino, la cui posizione geografica già lo rende «particolarmente sensibile agli effetti negativi della libera circolazione delle persone».
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