
È il Senatore dell’Ohio James David Vance l`uomo scelto da Donald Trump come vice-presidente nella sua corsa alla Casa Bianca. 39 anni, ex marines e laureato a Yale viene considerato il candidato più giovane, più conservatore e più intellettuale, ma anche quello con meno esperienza politica. Vance è senatore degli Stati Uniti solamente da un anno. La notorietà del giovane repubblicano è esplosa nel 2016 grazie al suo libro bestseller “Elegia Americana”; un racconto autobiografico in cui l`attuale senatore diventa il cantore di quell`'American dream' tanto sentito dai cittadini degli States. Durante le presidenziali del 2016, il 39enne era un critico esplicito di Trump. In particolare, si muoveva contro la sua retorica esprimendo preoccupazione per la sua capacità di governare. Nel corso degli anni la posizione del Senatore si è però evoluta. Prima di candidarsi per il Senato si è allineato con la base repubblicana pro-Trump adottando molte politiche dell`ex Presidente. Un percorso che ha portato 'The Donald' a definirlo come “la persona più adatta ad assumere la carica di Vicepresidente degli Stati Uniti d`America”. Non mancano preoccupazioni da parte del partito democratico a causa delle forti posizioni conservatrici del candidato su temi come l`aborto e i matrimoni omosessuali. Biden ha inoltre definito “pro-ricchi” il giovane Senatore, accusando il ticket repubblicano di voler tagliare le tasse ai più benestanti. Alla battaglia Trump contro Biden si aggiunge quindi ufficialmente quella di Vance contro Harris.
Tuor: “Vance è l’espressione dei problemi dell’America
Alfonso Tuor è chiaro fin da subito: “Penso che sia un'ottima scelta per Trump, perché lui è l'espressione dei problemi dell'America. Era figlio di una persona soggetta o dipendente dalla droga e non sa nemmeno chi sia suo padre, ed è stato - per così dire - adottato dalla nonna. Ha avuto un'infanzia difficilissima, perché era nei monti Appalachi dell’Ohio, che sono una zona che fa parte della storia americana della depressione. Ed è ancora oggi una delle regioni più povere”. Per Tuor, il 39enne dell’Ohio è un personaggio che rappresenta in tutto e per tutto “l'emblema di quel popolo americano che si è ribellato e che ha votato Trump come ribellione di fronte a quelli che erano stati trascurati, dimenticati dalle amministrazioni sia democratiche che repubblicane del passato. Quindi l'emblema del partito repubblicano”. Vance è inoltre molto conosciuto in tutti quegli Stati in bilico, come Pennsylvania, Ohio e Wisconsin “e grazie al suo impegno nella campagna elettorale cercherà di far pendere questi stati verso Trump. Inoltre, non bisogna dimenticarlo, è uno che ha permesso a Trump di essere molto severo sull'Ucraina. Non a caso Zelensky ha capito il vento e subito in anticipo ha detto: ‘sono disposto a trattare con Putin’”. Per Tuor, quello di Vance “è un nome forte che rafforza”.
Trump uscito più forte di prima dall’attentato
Anche Trump sembra essere uscito rafforzato da quanto successo sabato, quindi la domanda è: si tratta di una squadra lanciata verso la casa Bianca? “Certo, su questo non c'è dubbio. C'era un punto che mi ha colpito e mi ha fatto venire qualche dubbio, cioè il discorso dell'unità, di abbassare i toni. Significa mettere una persona tradizionalmente repubblicana che trova sempre un accordo con i democratici per bilanciare, all'interno del partito, la posizione di Trump. Così facendo è proprio la posizione dell'ex presidente che si rafforza. È una scelta di campo, oramai i repubblicani sono con lui. La partita non è ancora vinta da Trump – che è in vantaggio –, ma la posta in palio è talmente grande che non escludo che nei prossimi tre mesi ci siano altri colpi di scena come quello di sabato notte".
La teoria del complotto
Con i livelli di sicurezza che si raggiungono adesso, dopo tutte le polemiche che sono sorte sulle lacune del sistema di sicurezza, non è impensabile che si ripeta una situazione del genere? “Non so se l’attentato a Trump sia stato un complotto o meno. Però negli Stati Uniti ci sono molte persone che sono convinte di questo, a partire dal fatto che normalmente uno squilibrato lascia sempre una traccia, anche solo una mail. In questo caso pare non ce ne siano. In secondo luogo, pochi minuti prima dell'attentato, molti presenti alla convention hanno visto l’uomo che si aggirava sul tetto della palazzina, da dove in seguito ha sparato. Nonostante abbiano avvisato la polizia, questa non ha fatto nulla. Infine, i servizi segreti impegnati in Pennsylvania erano stati ridotti per mandarli a Philadelphia a difendere in comizio di Harris. Ci sono quindi un sacco di domande che potrebbero far pensare a una semplice negligenza, però la negligenza dei servizi segreti a stelle e strisce sembra molto strana, a partire dal fatto che negli Stati Uniti le telefonate sono sempre controllate, così come le persone. Bisogna però ammettere che se non avesse mosso la testa, Trump sarebbe morto”.
Situazione sicurezza in Svizzera
La morte di Trump avrebbe inevitabilmente portato ad una sorta di guerra civile, con sparatorie in diverse città. Il tema della sicurezza rimane quindi centrale, specie a causa delle lacune citate in precedenza. Ora è infatti stata aperta un’indagine ufficiale sul 'secret service'. Riguardo al tema abbiamo quindi chiesto all’ex capo dei Servizi segreti svizzeri Peter Regli com’è organizzata e come viene garantita la sicurezza ai nostri consiglieri federali, specie in occasione di eventi pubblici. “In Svizzera siamo sempre molto privilegiati e penso che siamo gli unici al mondo, un paese dove, per esempio, i sette consiglieri federali per spostarsi prendono il bus, vanno a piedi, in tram, nessuno li disturba e se c'è una guardia del corpo è una persona in abiti civili. In Svizzera la situazione è completamente diversa rispetto a quella degli Stati Uniti”.
Un dispositivo di sicurezza "su misura"
In Svizzera la sicurezza di un consigliere federale viene adattata in base agli eventi. "Se Cassis, ad esempio, volesse recarsi in un ufficio a Berna, oppure a Ginevra alle Nazioni Unite o a Roma, il servizio di sicurezza della Confederazione valuterebbe la situazione caso per caso", ha aggiunto Regli. "A Berna si sposterebbe a piedi, a Ginevra si recherebbe in auto e a Roma con l'aereo. Per quest'ultima destinazione gli specialisti elvetici discuterebbe con i colleghi italiani in modo da capire il livello di minaccia e in base a queste valutazioni mobiliterebbero il personale necessario".
“I tempi in cui si era sempre sicuri sono passati”
"Siamo sempre sicuri". Questa, ha concluso Regli, "è un'affermazione passata perché in Europa c'è la guerra tra Russia e Ucraina, un conflitto che ha un impatto importante anche in Svizzera sulle valutazioni delle varie minacce. All'estero, inoltre, gli scenari sono ancora più complessi e pericolosi. Negli Stati Uniti, ad esempio, la società è sempre più spaccata e se Trump dovesse essere eletto, ci sarebbero delle conseguenze anche in Europa".

