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Ticino
Cura anti-Covid: “Di concreto c’è poco”
Redazione
5 anni fa
Andreas Cerny, direttore dell’Epatocentro Ticino, analizza gli ultimi sviluppi nella ricerca per una cura anti-Covid: “La Svizzera ha investito poco, poteva fare di più”

Le campagne di vaccinazione proseguono a grande ritmo per garantire l’immunità della popolazione. Ma a che punto è la ricerca per trovare una cura per il Covid-19? In rete si possono leggere diversi studi a riguardo: ci sono le cure a base di anticorpi monoclonali, plasma iperimmune oppure semplici pastiglie come il molnupiravir, attualmente ancora in fase di sperimentazione, che potrebbero avere effetti positivi su alcuni pazienti. Possiamo dunque aspettarci una cura a breve? Cosa c’è di concreto? Teleticino ne ha parlato nel suo decoder con il direttore dell’Epatocentro Ticino Andreas Cerny.

“Purtroppo per il momento non abbiamo visto tanti progressi”, risponde Cerny. “Diverse sostanze che abbiamo utilizzato all’inizio - come il lopinavir, il ritonavir, l’drossiclorochina, l’azitromicina - si sono dimostrate essere non sufficientemente attivi. Ora abbiamo due medicamenti che sono stati sviluppati per l’influenza che vengono testati: uno giapponese, il favipiravir, che inizialmente aveva dato certe speranze, ma studi più grandi non ha dimostrato l’utilità in pazienti già abbastanza malati (la sostanza può forse essere utile in una fase precoce). L’altro è il molnupiravir, che attualmente viene studiato negli USA, in fase 2 e 3 in pazienti ambulatoriali e ospedalizzati. La situazione è comunque abbasta difficile in questo momento”.

La strada del vaccino rimane attualmente quella privilegiata. Ma perché è più facile trovare un vaccino che una cura?
“Sono degli approcci complementari: uno preventivo, l’altro curativo. Si fanno entrambe le cose allo stesso momento, ma forse più soldi sono andati nello sviluppo di un vaccino. Ma abbiamo bisogno anche dei medicamenti, soprattutto di fronte alle varianti, che rischiano di scappare all’effetto dei vaccini. Bisogna fare certamente di più dal profilo degli investimenti: la Svizzera è stata un po’ passiva sul fronte del Covid-19 quando invece non lo è stata nel caso dell’AIDS, investendo nella ricerca su questa malattia. Per il Covid ha investito troppo poco nella ricerca”.

Ci sono però stati anche tentativi di creare un vaccino in Svizzera, che poi sono naufragati...
“Sì, però non sono stati investimenti pubblici che hanno portato a questi tentativi. Il fondo nazionale ha sponsorizzato degli studi per un ammontare di 18 milioni durante la prima ondata: soldi che sono stati tolti dal budget normale del fondo nazionale. Se confrontiamo questa cifra con il costo della pandemia, è una somma ridicola. Questo non era il caso quando l’Aids ha colpito il nostro paese. Allora l’UFPS aveva stanziato un fondo molto generoso, da cui è nato un campo di ricerca in cui la Svizzera si è mostrata essere uno dei paesi con maggior successo”.

Cerny stesso è in prima linea per sviluppare una cura, facendo capo al blu di metilene...
“È una sostanza che è stata già scoperta nel 1864, che ha un’attività antimicrobica contro parassiti, virus e batteri”, spiega il medico. Magari qualcuno si ricorda che da bambini ha ricevuto pastiglie contro il mal di gola che rendeva la lingua di colore blu. Si tratta proprio del blu di metilene. La sostanza ha un effetto potente contro il virus Sars-Cov-2 e contro il virus dell’influenza a e b. Questa sostanza potrebbe essere utile nell’uomo. Assieme all’Omct e al Circolo medico di Lugano stiamo reclutando delle persone che hanno un test covid positivo e sono disposte a prendere le capsule per 5 giorni. È un trattamento che non ha effetti collaterali e che dovrebbe ridurre la carica del virus nel corpo. Bisogna però dire che ci sono diverse sostanze che abbiamo testato in passato che in laboratorio hanno un effetto antivirale, che poi non è dimostrabile nell’uomo. Per questo dobbiamo fare questa sperimentazione”.

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