
La tragedia di Crans-Montana continua a far discutere, non solo sul piano giudiziario ma anche su quello mediatico e diplomatico. Nella puntata di Radar andata in onda mercoledì, Sacha Dalcol ha riunito Filippo Lombardi, municipale di Lugano, Paride Pelli, direttore del Corriere del Ticino, e Marco Bazzi, direttore di LiberaTV, per affrontare i nodi centrali del caso: la partecipazione degli svizzeri ai talk italiani, il richiamo dell’ambasciatore italiano e la qualificazione del reato, tra omicidio colposo e dolo eventuale.
Lombardi: «Sono andato per metterci la faccia. Ma non si spiega nulla»
Come già spiegato in un’opinione pubblicata sul Corriere del Ticino, Lombardi ha spiegato di aver accettato gli inviti della televisione italiana per «metterci la faccia» e provare a spiegare il funzionamento del sistema svizzero, ma ha tracciato un bilancio «negativo», rimpiangendo di esserci andato una seconda volta. A suo avviso, i talk show italiani non sono pensati per chiarire, bensì per alimentare lo scontro e far salire l’audience, con format ripetitivi che lasciano poco spazio all’approfondimento.
"Sproporzionato richiamare l'ambasciatore italiano"
Pelli ha confermato lo squilibrio del confronto televisivo, riconoscendo però anche una responsabilità interna: nelle prime ore dopo la tragedia è mancata empatia e la comunicazione svizzera ha lasciato spazio a letture ostili. Sul piano diplomatico, il direttore del Corriere del Ticino ha definito sproporzionato il richiamo dell’ambasciatore italiano, sottolineando come l’Italia contesti soprattutto l’operato della magistratura vallesana e non una responsabilità diretta della Confederazione. La pressione, insomma, colpirebbe «la persona giuridica sbagliata».
Il caso Pidoux e la scelta dei “testimonial” televisivi
Nel dibattito è emersa anche una critica alla scelta dei testimonial nei talk italiani, in particolare alla presenza della famiglia Pidoux. Lombardi ha ribadito il rispetto per il dolore di chi ha perso un figlio, ma ha messo in discussione l’opportunità di quella scelta. «Il signor Pidoux ha un rapporto conflittuale sia con il Partito liberale radicale — il partito di suo padre, già consigliere nazionale e consigliere di Stato — sia con la magistratura svizzera. Un conflitto che affonda le radici anche nelle sue vicende giudiziarie personali: è stato condannato a quindici anni nel Canton Vaud per sequestro di persona a scopo di estorsione, nel cosiddetto caso Lagonico, e a cinque anni in Vallese per sfruttamento sessuale minorile. Non si tratta di quisquilie. Questo contesto rischia di sovrapporre al dolore legittimo per la perdita di un figlio un risentimento personale», ha affermato Lombardi.
La nomina di un procuratore straordinario
Per Bazzi, invece, il focus sui legami politici rischia di essere fuorviante. Il vero problema sarebbe il «piccolo mondo» del Vallese, dove tutti si conoscono, e una gestione iniziale dell’inchiesta poco convincente, a partire dalla mancata nomina di un procuratore straordinario. «Dobbiamo cambiare la legge: non può essere la procuratrice generale a decidere», ha detto.
Omicidio colposo o dolo eventuale
Resta infine il nodo centrale dell’inchiesta. L’omicidio colposo presuppone che l’evento non fosse voluto né accettato come possibile conseguenza, mentre il dolo eventuale implica che il rischio di una catastrofe fosse conosciuto e messo in conto. È su questa distinzione che si gioca gran parte del dibattito giudiziario e mediatico, e su cui si concentra l’attesa di una possibile svolta.

