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Crans-Montana, la ripartenza dopo il dramma: “Il dolore non va cancellato, ma integrato”
©JEAN-CHRISTOPHE BOTT
©JEAN-CHRISTOPHE BOTT
Andrea Scolari
17 ore fa
Insieme a Davide Livio, psicologo psicoterapeuta, parliamo delle conseguenze psicologiche di quanto successo a Crans-Montana e di come si può cercare di tornare alla normalità.

Le immagini di quanto successo quella notte a Crans-Montana, all’interno de “La Constellation”, sono ancora negli occhi di tutti. Un tragico evento che ha causato la morte di 40 persone, tra cui molti giovanissimi, e 116 feriti. E oggi, proprio per commemorare quelle vittime, è la “Giornata di lutto nazionale”. Un dramma che tocca direttamente parenti e amici delle vittime, così come chi è subito intervenuto sul posto, ma non solo. “Il trauma non resta confinato: si diffonde, tocca cerchi sempre più ampi, fino a diventare un’esperienza collettiva”, ci spiega Davide Livio, psicologo psicoterapeuta.

“Sono reazioni umane, non segnali di debolezza”

“Le vittime dirette”, continua a spiegarci l’esperto, “sono le persone che hanno vissuto l’evento in prima persona: chi ha perso la vita, chi è sopravvissuto, chi era presente. Ma esistono anche vittime indirette, spesso meno visibili: familiari, amici, compagni di scuola, insegnanti, soccorritori, colleghi, amministratori. E poi c’è la comunità nel suo insieme, che si identifica, che immagina: ‘poteva succedere a me, a mio figlio’. Anche chi non conosce personalmente le vittime può provare paura, angoscia, immagini intrusive, difficoltà nel sonno. Sono reazioni umane, non segnali di debolezza”.

“Il vero rischio non è stare male, ma restare soli con le proprie emozioni”

Come fare, quindi, per aiutare queste persone? “Nella fase immediata dell’emergenza, l’obiettivo principale non è ‘capire’ o ‘elaborare’, ma stabilizzare. Aiutare le persone a sentirsi al sicuro, orientate, contenute. Dormire, mangiare, mantenere una minima routine quotidiana è già un primo intervento di cura. È importante non forzare il racconto: parlare può aiutare, ma solo se nasce spontaneamente e in un clima di ascolto reale. Alcune persone hanno bisogno prima di silenzio, di movimento, di presenza”. Mentre in un secondo momento, “quando l’emergenza passa e l’adrenalina si abbassa, possono comparire reazioni ritardate: ansia, tristezza, irritabilità, senso di colpa per essere vivi, oppure una sorta di distacco emotivo. Tutto questo rientra nella normalità post-traumatica. Il vero rischio non è stare male, ma restare soli con quello che si prova”.

“Il dolore non va cancellato, ma integrato”

In seguito le persone dovranno tornare alla propria quotidianità, o almeno cercare di farlo. “Nel lungo periodo”, continua Livio, “la sfida è tornare alla vita senza restare bloccati nel lutto. Il dolore non va cancellato, ma integrato. Diventa problematico quando il tempo sembra fermarsi, quando ogni esperienza presente resta schiacciata su ciò che è accaduto. Il lavoro psicologico aiuta proprio a questo: ridare movimento al tempo interno, permettere che il ricordo conviva con nuove possibilità di vita”.

Ecco di cosa hanno bisogno i giovani

Per i genitori, “è normale che la paura per i figli aumenti. Dopo eventi così, come era successo per l’attentato al Bataclan di Parigi, il mondo appare improvvisamente più pericoloso. Il punto però non è eliminare la paura, ma gestirla. I bambini e i ragazzi non hanno bisogno di adulti senza paura, ma di adulti che sappiano contenerla e trasformarla in protezione, non in allarme costante".

Le conseguenze di un’esposizione continua alle immagini del dramma

Sono passati diversi giorni dalla notte di Capodanno, ma inevitabilmente le immagini di quanto successo continuano a rimbalzare da un media all’altro, social compresi. Cosa fare per evitare di rivivere continuamente il dramma? “Un distacco temporaneo dai social può essere utile. Il cervello non distingue bene tra un evento vissuto e uno visto ripetutamente: l’esposizione continua mantiene il sistema nervoso in uno stato di allerta. Non si tratta di negare la realtà, ma di dosarla. Informarsi è diverso dal restare immersi senza pausa. Leggere le notizie una volta al giorno può essere sano, esporsi continuamente a interviste e testimonianze aumenta l’agitazione e ritarda un ritorno alla normalità”.

“Non esiste un dovere emotivo”

La paura e l’angoscia che conseguono dai fatti di Crans-Montana “sono comprensibili, sarebbe strano il contrario. Riconoscere le emozioni e parlarne, nei tempi e con le persone giuste, è uno dei modi più efficaci per evitare che restino bloccate e si trasformino in sintomi”. Ma cosa dire di chi non si sente particolarmente toccato da quanto successo in Vallese? In questo caso, conclude l’esperto, “è giusto che l’individuo continui la propria vita senza sensi di colpa. Non esiste un dovere emotivo. Esistono modi diversi di reagire. Una società sana è quella che riesce a tollerare queste differenze, senza trasformarle in accuse reciproche. In momenti come questi, più che risposte definitive, servono spazi di umanità, ascolto e rispetto. È spesso da lì che inizia davvero la possibilità di superamento del trauma”.