
Vi riproponiamo l'intervista a Monsignor Valerio Lazzeri, che tra soddisfazioni e rammarici ripercorre questo 2017, gettando anche uno sguardo al futuro:
Non è facile fare il vescovo di questi tempi. I preti sono sempre di meno, l’intolleranza verso i cristiani cresce un po’ in tutto il mondo, la violenza giovanile sembra aumentare e la questione della migrazione non trova una risposta valida. Tutte sfide che più o meno direttamente chiamano in causa la Chiesa cattolica. Monsignor Valerio Lazzeri, vescovo della diocesi di Lugano, avrebbe quindi tutti i motivi per essere scoraggiato. Ma lui - come confida in un’intervista rilasciata a Ticinonews.ch per fare un bilancio dell’anno che si sta concludendo - preferisce guardare le cose in senso inverso, trasformando le difficoltà in opportunità.
Monsignor Lazzeri, qual è stata la sua più grande soddisfazione nel 2017?“È difficile risponderle, perché le soddisfazioni personali non sono propriamente l'obiettivo principale di un vescovo. Sono contento di aver potuto vivere un anno di lavoro e di impegno, durante il quale sono cresciute la collaborazione con le persone che ho attorno e la conoscenza delle varie realtà diocesane. La mia grande soddisfazione, se posso dire così, è quella di sentire che c’è un cammino in atto e di percepire che le persone lo stanno prendendo a cuore e lo stanno portando avanti insieme. Come dice Papa Francesco, la cosa più importante è che si avviino dei processi di vita buona. E credo che questo stia accadendo.”
“Se poi devo citare un momento particolarmente felice per tutta la diocesi, menzionerei senz'altro quello dell’inaugurazione della Cattedrale di Lugano, riaperta dopo sette anni di lavori di restauro. È stato un momento molto importante per la vita della nostra Chiesa, ma non solo. Si è sentita una partecipazione così estesa che per certi versi mi ha sorpreso. La Cattedrale è rimasta chiusa per lungo tempo, ma questo non ha affievolito il legame forte che essa rappresenta sia a livello religioso che storico e culturale. Abbiamo avuto la sensazione di un vero momento di risveglio.”
Il suo più grande rammarico, invece?“Grazie a Dio non abbiamo avuto dispiaceri forti. Il rammarico è che non siamo ancora santi. Ma questa è una tristezza sana che stimola a crescere, consapevoli che il Signore ci dà in ogni momento la possibilità di avanzare.”
Oltre all’inaugurazione della Cattedrale, il 2017 è stato l’anno del raggiungimento di un accordo sull’insegnamento della religione nelle scuole ticinesi, dopo anni di trattative. Un accordo soddisfacente?“Io sono contento, perché almeno per un anno tutti i ragazzi che frequentano le scuole del Canton Ticino potranno avere un’iniziazione culturale al fenomeno religioso in generale. Credo che sia positivo il fatto che i giovani non rimangano totalmente sguarniti di strumenti adeguati per affrontare in maniera più consapevole questo aspetto del vivere insieme, sicuramente più complesso e delicato che in passato. Oggi più che mai abbiamo bisogno di renderci conto che questa dimensione del cuore umano ha un aspetto pubblico e culturale, che deve essere custodito e curato.”
Durante l’anno si sono purtroppo verificati numerosi casi di violenza giovanile. Segno che nell’educazione, non solo religiosa ma generale, qualcosa non va?“Mah, guardi, se uno avesse conoscenza delle cronache del Ticino nel Medioevo… La violenza c’è sempre stata. Oggi i fatti vengono più rapidamente e sistematicamente conosciuti e questo ci dà facilmente l'impressione di una recrudescenza del fenomeno. È vero però che esistono molti fattori che portano a esasperare gli stati d’animo e condurre così alla violenza. C'è una tendenza eccessiva a esaltare l'autenticità di chi esprime subito, con parole e gesti, quello che prova e insieme un generale sospetto verso chi riflette e filtra le proprie emozioni, ritenuto subito falso o ipocrita. Questa mentalità dell'immediatezza suscita una legittima preoccupazione, ma non deve farci sprofondare nel negativismo. Deve piuttosto portarci a interrogarci su quello che possiamo fare per aiutare a crescere, a comunicare, a entrare in relazione, senza diventare distruttivi verso se stessi e gli altri. Sono convinto che l'energia che sfocia a volte nella violenza possa sempre essere trasformata in energia positiva, in coraggio, per così dire, di "aggredire" la vita in maniera creativa.
In questo senso cosa possono fare gli adulti e in particolare i cristiani?“Fondamentalmente il loro compito è quello di rendere testimonianza che è possibile vivere umanamente in maniera sensata e feconda. Di fronte a persone che non subiscono la storia, ma la vivono in maniera personale e originale, il futuro può cessare di essere soltanto una minaccia che incombe e rivelare una promessa che può realizzarsi.”
“Gli adulti devono mostrare ai giovani che la vita umana non è un inganno, ma contiene delle promesse. E in questo senso la fede cristiana presenta il tempo in cui siamo immersi non come una prigione, ma piuttosto come un luogo dove la libertà umana può esprimersi. Come cristiani dobbiamo mostrare che vivere il tempo ha un valore non limitato a ciò che possiamo misurare”.
Si parla spesso di chiese sempre più vuote, eppure anche in Ticino ci sono comunità vivaci che riescono ad andare controcorrente. Secondo lei quali sono le ricette per tornare ad attirare i fedeli?“Su questo aspetto, ho una visione un po’ diversa da quella che solitamente viene data. Perché si tende a guardare il un fenomeno a partire da qualcosa che c’è stato, si pensa alle chiese piene di una volta. Ma io guarderei piuttosto alla qualità di ciò che accade oggi. Perché è vero che sta finendo un certo modo di vivere la fede, ma è comunque presente un modo più consapevole di essere cristiani, frutto di scelte e decisioni personali. Se mi guardo intorno, mi chiedo quale altra proposta riesca a raccogliere così tante famiglie, a dare ancora entusiasmo ai giovani. Per me è sorprendente vedere che dopo 2000 anni ci sono ancora così tante persone che si lasciano affascinare dal Vangelo.”
Anche la crisi di vocazioni sembra non arrestarsi. In questo caso cosa può fare la Chiesa per invertire la tendenza?“È vero che assistiamo a un calo, anche se quest’anno, ad esempio, abbiamo avuto due entrate ticinesi nel nostro seminario. Ma la Chiesa non deve ragionare in maniera aziendale. Noi non guardiamo a quanto personale abbiamo bisogno, noi abbiamo tutti i preti che Dio ci manda. Occorre piuttosto chiedersi che cosa vuol dire oggi essere cristiano e sentire una chiamata. Soltanto in una cultura che dà all’essere umano la percezione che è chiamato all’esistenza ci saranno ancora vocazioni.”
Un altro tema forte del 2017 è stato ancora una volta quello dei migranti. Papa Francesco ha più volte esortato all’accoglienza, senza se e senza ma. Secondo lei la Chiesa in Ticino fa abbastanza?“Abbastanza non lo si potrà mai dire. Il fenomeno è vasto e proteiforme, c’è una complessità enorme, dire che si fa abbastanza vorrebbe dire che abbiamo chiuso la questione. Quella delle migrazioni è una questione permanente che dovrebbe suscitare una riflessione concertata da parte di tutti, un’attenzione non emergenziale, ma un’attenzione costante, anche nei periodi calmi, quando il discorso si affievolisce solo perché abbiamo meno entrate a Chiasso. Dobbiamo essere disposti a confrontarci costantemente e interrogarci su cosa sta succedendo ad esempio in Libia, dove sono ammassati quelli che non possono attraversare il mare. Là stanno vivendo delle situazioni spaventose, quindi credo che dobbiamo continuare a riflettere e a interrogarci, evitando ogni approccio ideologico o aprioristico sulla questione”.
Durante l’anno appena trascorso sono inoltre stati ancora numerosi, purtroppo, gli attentati, spesso ai danni di cristiani. Secondo lei occorre rassegnarvisi?“Rassegnarsi mai! Certo, in molte regioni del nostro mondo la presenza dei cristiani è diventata sempre più esposta alla violenza. Questo ci deve interpellare profondamente. Noi come cristiani dobbiamo sentire che abbiamo dei fratelli e delle sorelle che non sono libere di professare pubblicamente ciò in cui credono. Dobbiamo ricordarci di loro. Facciamo abbastanza? No, perché noi liberi di esprimere la nostra fede spesso non ci rendiamo conto del dono che abbiamo a disposizione. La cosa che offende di più i cristiani che vivono situazioni di persecuzione è il fatto che noi finiamo per trascurare il nostro essere cristiani, lo diamo per scontato, lo viviamo in maniera superficiale. La loro sofferenza è ancora più grande nel vedere che stanno dando la vita per una realtà che noi tendiamo sempre più a trattare come irrilevante".
Il 2017 è stato pure l’anno del 500esimo anniversario dall’inizio della Riforma protestante. Mai in questi ultimi cinque secoli le due chiese erano sembrate così vicine. Secondo lei c’è ancora un margine di avvicinamento o le differenze fondamentali vanno mantenute?“Le differenze non sono nemiche dell’unità nell’ambito cristiano. Il processo ecumenico sta andando avanti, con dei ritmi che non tocca a noi stabilire. Come persone, ognuno di noi è chiamato a tenere aperto questo processo evitando di chiudere la porta all’altro. Credo che ci siano tante situazioni concrete dove il percorso ecumenico è più difficile, ma l’anniversario della Riforma ci ha in ogni caso dato la possibilità di riflettere sulla narrazione di questo avvenimento. Abbiamo modi diversi di raccontare un medesimo fatto, ma questo non deve impedirci di incontrarci, rallegrarci per ciò che ci unisce e continuare ad approfondire nello studio, nella preghiera, nella condivisione pratica di molte iniziative, ciò su cui ancora non riusciamo a essere pienamente concordi.
Concludiamo con un occhio al 2018. Qual è il suo auspicio? Se Dio le concedesse la facoltà di fare un miracolo, quale sarebbe?“Se avessi la bacchetta magica, farei in modo che tutti possano vivere appieno quei momenti di gioia che non mancano mai, nemmeno nelle vite più tribolate. E non come una specie di inganno passeggero, ma come una promessa vera che verrà mantenuta. Il mio augurio è che tutti possano avere dei momenti di silenzio e calma e che questo possa metterli in contatto con la profondità del vivere che dà il coraggio di andare avanti senza porre condizioni.”
Andrea Stern
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