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Caccia
Corti: «Il cacciatore alpino moderno non è un fruitore, ma un gestore della fauna»
Redazione
un'ora fa
Alla vigilia dell’apertura della caccia alta, il presidente della Federazione Cacciatori Ticinesi Davide Corti fa il punto sulle novità della stagione 2026-2027: dai silenziatori alla protezione della selvaggina, fino al ricambio generazionale. «Tra i giovani non vediamo nessuna flessione».

La stagione venatoria 2026-2027 prende il via domani in Ticino con l’apertura della caccia alta. Un appuntamento accompagnato, come ogni anno, da attesa ed entusiasmo, ma anche dalla consapevolezza di un ruolo che negli ultimi decenni è profondamente cambiato. «La vigilia della caccia alta rappresenta l’inizio della stagione venatoria ed è sempre vissuta con molta emotività», spiega il presidente della Federazione Cacciatori Ticinesi (FCTI) Davide Corti. Un sentimento che riguarda in particolare chi si appresta a vivere la prima esperienza sul terreno: «Penso soprattutto ai giovani e ai neocacciatori, che si troveranno confrontati con il loro primo giorno di caccia: un momento che resta indelebile nella memoria».

Ma dietro alla passione, sottolinea Corti, c’è anche una responsabilità crescente. «A muovere il cacciatore non è soltanto la passione, ma anche una certa responsabilità». Un concetto che si lega direttamente all’evoluzione del ruolo dei cacciatori nella gestione del territorio e della fauna.

«Oggi siamo gestori della fauna»

Il cambiamento è evidente anche nei numeri. «Quando ho preso la patente di caccia in Ticino si abbattevano circa 1.600 ungulati all’anno, oggi siamo attorno ai 7.000», osserva Corti. Una trasformazione che, secondo il presidente della FCTI, impone di guardare diversamente alla figura del cacciatore. «Se dovessi definirlo con un’unica frase, direi che il cacciatore alpino moderno oggi non è un fruitore, ma è un gestore della fauna alpina». L’attività, precisa, non si esaurisce quindi nelle settimane della stagione venatoria: «Non ci limitiamo a raccogliere ciò che la natura ci dà senza seminare e senza curare. È un lavoro a tutto tondo che comporta sacrifici e sforzi durante tutto l’anno».

Un lavoro svolto anche insieme all’Ufficio della caccia e della pesca e che comprende «censimenti, cura degli habitat, interventi sul territorio, formazione e valutazioni», per arrivare poi a un regolamento che consenta una gestione equilibrata della fauna.

Silenziatori, «solo benefici»

Tra le novità della nuova stagione c’è anche la possibilità di utilizzare i silenziatori sulle armi da caccia. Una scelta con cui, spiega Corti, «il Ticino si è allineato con praticamente tutti gli altri Cantoni svizzeri». Per il presidente della FCTI si tratta di uno strumento che «non ha controindicazioni, ma soltanto benefici». «Si diminuisce il rumore per il cacciatore e quindi si preserva il suo udito, ma si riduce il disturbo anche per i non cacciatori». Un aspetto diventato più importante anche perché «la caccia si sta sempre di più avvicinando agli agglomerati urbani, visto che la selvaggina ha cambiato moltissimo le proprie abitudini».

Il silenziatore, aggiunge Corti, permette inoltre «una maggiore padronanza dell’arma» e contribuisce quindi «a un tiro pulito e sicuro», oltre a tutelare maggiormente anche i cani che accompagnano i cacciatori.

Più pressione sul territorio

Un altro tema centrale riguarda la protezione della selvaggina dai disturbi provocati dalle attività umane. «Negli ultimi anni, in particolare dopo il Covid, è aumentata molto la pressione sul territorio», osserva Corti. Una pressione legata non soltanto ai cambiamenti climatici, ma anche alla frequentazione turistica delle zone naturali. «Prima si vedeva molta gente soprattutto durante l’estate. Oggi abbiamo una pressione turistica praticamente durante tutto l’arco dell’anno». Una presenza che può sovrapporsi ai periodi più delicati per gli animali, «come quello degli accoppiamenti o delle nascite».

Per questo, in occasione della futura rivalutazione delle bandite, secondo Corti sarà necessario «riconsiderare bene il posizionamento delle zone di protezione» e garantire che i divieti possano essere concretamente fatti rispettare sul territorio. Non basteranno però le restrizioni. «Non si può solo imporre, bisogna spiegare perché lo si fa». Ed è proprio in questo lavoro di sensibilizzazione che, secondo il presidente della FCTI, «il cacciatore avrà un ruolo determinante».

«I giovani ci sono, ma arrivano sempre più dalle città»

Il futuro della caccia ticinese passa infine dalle nuove generazioni. E su questo fronte Corti non vede segnali di disaffezione: «Assolutamente sì, i giovani sono ancora interessati. Non vediamo nessuna flessione nel numero di persone che affrontano l’esame di abilitazione venatoria». A cambiare è piuttosto la loro provenienza. «Fino a qualche anno fa la maggior parte dei giovani arrivava dalle zone rurali o montane. Oggi la maggior parte proviene dalle città e dalle periferie».

Un cambiamento significativo per un'attività tradizionalmente legata alle valli e alle regioni di montagna e che pone alla Federazione una nuova questione: «Questa è una grossa sfida a livello di formazione».