
Un 33enne eritreo è stato condannato ieri dalla Corte delle assise correzionali di Lugano, presieduta dalla giudice Rosa Item, a 13 mesi di detenzione sospesi con la condizionale, per aver venduto almeno 125 grammi di cocaina nella regione.
L'uomo, come si legge sui quotidiani ticinesi di oggi, è in Svizzera da otto anni e gode dello statuto di rifugiato temporaneo, dato che la sua richiesta d'asilo è stata negata. Ha iniziato a spacciare, secondo quanto spiegato dall'avvocato difensore Giuseppe Gianella, "in concomitanza con l'annunciata gravidanza di sua moglie", che si trova in un campo per rifugiati in Etiopia. Un'attività portata avanti fino al marzo scorso, quando è finito in manette.
"Invece di comportarsi correttamente nel Paese che lo ospita e che lo mantiene, provvedendo al pagamento dell'affitto e della cassa malati e corrispondendogli anche mensilmente la somma di oltre 900 franchi, si è dedicato a questa attività illecita in maniera intensa" ha affermato in aula la giudice Rosa Item, che non ha creduto alla versione dell'imputato. "Ha detto solo bugie, la somma di denaro (10'850 franchi) rinvenuta a casa sua stride fortemente con lo status di rifugiato. Ha tradito la fiducia che gli è stata concessa dalle autorità."
La Corte ha quindi confermato in buona parte l'atto d'accusa stilato dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli, che chiedeva 16 mesi sospesi. Il 33enne non sarà però espulso, dato che l'infrazione alla Legge federale sugli stupefacenti è stata considerata semplice e non aggravata, nonché a causa del suo status di rifugiato, che renderebbe difficilmente applicabile un allontanamento della Svizzera.
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