
Hanno finto relazioni bancarie inesistenti, recitato dei ruoli, ideato personaggi e inventato nomi. Hanno portato avanti il loro piano a lungo, senza mai intaccare l’alone di credibilità che erano riusciti a costruire, pazienti e concentrati fino alla meta, fino al bottino: oltre 3 milioni di euro tramite una fasulla compra-vendita immobiliare. Quello messo in atto nel 2008 alla Sella Bank di Lugano non fu un numero da saltimbanco ma un colpo pazientemente architettato. Un caso istruito dalla procuratrice pubblica Fiorenza Bergomi che oggi ha portato in aula Patric Lusenti, Fabrizio Vittori, Massimiliano Ottavianelli e Giuseppe Silvestro. Tre italiani e un ticinese di età comprese tra i 38 i 45 anni, 4 imputati che si sono ritrovati sulla stressa strada dopo vissuti differenti e che hanno agito da professionisti della truffa, per usare le parole di Claudio Zali. Il giudice stamattina ha evocato un paragone cinematografico: gli undici complici del film Ocean 11, che prosciugando un casinò riescono a compiere una raggiro alquanto laborioso. "Potrebbe essere la trama di un film - ha detto Zali - anche il caso approdato oggi alle Assise criminali". Solo uno dei diversi filoni di truffa che tra ticinesi, tedeschi e italiani vede coinvolta una quindicina di persone, altrettante parti civili e una ventina di parti lese. Il dibattimento si è focalizzato sull’episodio del gennaio 2008 alla Sella Bank di Lugano. La vittima è un cittadino italiano intenzionato a vendere un grosso complesso edilizio di Brescia. Così entrano in scena gli accusati, falsi ma plausibili imprenditori interessati all’acquisto della struttura. Riescono ad ingannare un uomo tutt’altro che sprovveduto attraverso un agire professionale, dimostrando conoscenza delle procedure e senza mai dare l’impressione di essere dei truffatori. Fino alla consegna a Lugano di 3,5 milioni di euro, una provvigione, l’oggetto della truffa. Per entrare in possesso del denaro serviva una finta operazione bancaria. Si trattava anche di impersonare un funzionario di banca, di aprire 2 cassette di sicurezza e far credere alla vittima che erano intestate a lei, salvo poi di far duplicare le chiavi in Italia e mettere le mani sul bottino. Ora devono rispondere di truffa aggravata, falsità in documenti e in certificati, messa in circolazione di moneta falsa. Entro venerdì verrà pronunciata la sentenza. Matteo Bernasconi
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