
Markus Krienke non è stupito delle conclusioni del rapporto sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica svizzera dal 1950 a oggi, presentato ieri dall'Università di Zurigo. Lo studio ha messo in luce l'esistenza di più di mille abusi sessuali perpetrati da chierici cattolici. "Chi si occupa di questo tema da diversi anni, purtroppo non si stupisce più di questi numeri, che tuttavia rimangono spaventosi", commenta il professore di filosofia ed etica sociale alla Facoltà di Teologia di Lugano. "È vero inoltre che si tratta solo della punta dell'iceberg e che le realtà ecclesiastiche non sono ancora collaborative come dovrebbero essere".
Riforme necessarie
Secondo Krienke, il quesito fondamentale ora è: "Quali conseguenze ci saranno per la Chiesa? Le riforme non possono più aspettare. Questo studio deve essere un punto di partenza, non di arrivo". Per il professore alla Facoltà di Teologia, un maggiore impegno della Chiesa su questo fronte è essenziale. Altrimenti, "chiudersi significa riaffermare quelle strutture che consolidano la sfera dove un prete che non ha fatto i conti con la propria sessualità riesce ancora oggi ad agire in maniera piuttosto protetta".
"Un fatto che intristisce molto"
Sul tema la Diocesi di Lugano si esprimerà oggi. Ieri i ricercatori dell'Università di Zurigo hanno evidenziato difficoltà nella ricostruzione dei fatti avvenuti nella Chiesa ticinese a causa di una relativa disorganizzazione del suo archivio diocesano. Inoltre, come hanno osservato gli estensori del rapporto, "diverse fonti suggeriscono che le lacune riscontrate siano dovute anche alla distruzione di documenti da situare tra la metà e la fine degli anni Novanta, la cui entità non è ancora stata chiarita". Alcuni documenti sarebbero addirittura stati bruciati su richiesta del vescovo Corecco. "Per secoli - aggiunge Krienke - gli archivi della Chiesa sono stati delle garanzie per la ricostruzione di fatti del passato. Che una Diocesi come quella di Lugano abbia distrutto in grande stile è un fatto che intristisce molto, perché significa che il 'sistema-Chiesa' ha collaborato. Non si tratta quindi solo di singoli preti. Chi distrugge prove è allo stesso modo collaboratore di questi abusi. La Chiesa di Lugano deve raggiungere questa consapevolezza".

