
Un anno fa, il 9 febbraio 2014, il popolo svizzero votava sì all’iniziativa UDC contro l’immigrazione di massa, con il contributo decisivo del Ticino. Fra il giubilo dei vincitori, pareva potersi aprire una nuova era. A 365 giorni di distanza, che cosa è cambiato?
L’abbiamo chiesto agli esponenti dei vari partiti, ed ecco cosa pensano del ruolo dell’UE, degli accordi con l’Italia e dell’influenza del franco forte.
La Lega dei Ticinesi giudicava il voto come un trionfo, ed ora il coordinatore Attilio Bignasca afferma di “aspettare con impazienza, sperando che il Consiglio Federale abbia il coraggio di prendere una decisione. È una questione infatti di coraggio di quella che sembra un’Armata Brancaleone! Secondo me, o dentro o fuori.”
Ancora una volta ci sono differenze di vedute e di intenti fra il Ticino e il resto del paese. “Non dimentichiamo che per il Ticino l'iniziativa è vitale, mentre il resto della Svizzera si arrangia fin dal 1291, quando l’Europa era ancora più ostile.”
Il tutto si riduce, in fondo, ad un equilibrio politico. “Eveline Widmer-Schlumpf è al suo posto perchè il PPD ha aiutato il PS a eleggerla, si vedrà se, andando sotto il 10%, confermerà il suo appoggio.”
E a chi chiede di rivoltare, Bignasca risponde che “se si vota è per disdire gli accordi bilaterali, non certo di nuovo sul 9 febbraio. È più che presto per pensare di tornare alle urne. Se il Consiglio Federale proponesse invece di farlo sui bilaterali, la Svizzera potrebbe acquisire potere verso l’Unione Europea. L’accordo con l’Italia, invece, deve ancora essere ratificato dal Parlamento, e vorrei vedere chi si mette contro la volontà popolare, con la clausola di salvaguardia, a sei mesi dalle federali. Il franco forte invece non influisce sull’applicazione o meno dei contingenti, aggrava solo il problema del nostro Cantone.”
L’altro partito vincitore era l’UDC, e oggi il consigliere nazionale democentrista Pierre Rusconi osserva che “qualcosa sta cambiando, ci vuole un po’di pazienza. Il Consiglio Federale dovrà uscire con una proposta da sottoporre ai Cantoni e all’industria. Nell’incontro avuto da Simonetta Sommaruga ad altissimi livelli è stato detto “vediamo di proseguire”: i passi dunque si fanno, era sbagliato attendersi miracoli perché la politica è sempre a medio-lungo termine. Per applicare la volontà popolare, ci sono due vie: o l’abolizione dei bilaterali o mantenerli con una forma di controllo. Secondo me, l’UE potrà dare una mano se alle elezioni inglesi vincesse la destra, perché anche in Inghilterra si andrebbe verso la via di ridurre l’immigrazione. Nessuno, comprese Italia e Francia, vuole lasciare le cose come sono, complice anche il terrorismo, e la Svizzera può aver fatto da apripista. Temo però che difficilmente a Bruxelles aprano a noi, col rischio di doverlo fare con tutti.”
Si potrebbe rivotare? “Non c’è fretta, avendo tre anni di tempo. Se si torna al voto, lo si farebbe finchè non si decidesse di entrare nell’UE. Per quanto concerne l’accordo con l’Italia, la priorità per noi è uscire dalla black list e dunque trovare un accordo per il rientro dei capitali. Senza quello, avremmo seri problemi all’economia, con perdite importanti di posti di lavoro; tutto il resto è subordinato. Certamente nella Penisola non gradiscono il voto del 9 febbraio, ma se si adattasse l’UE, dovrebbero farlo anche loro. Il franco forte invece non è un ostacolo.”
Anche Nicola Pini, vicepresidente PLR e candidato al Governo, è in attesa di conoscere la proposta del Consiglio Federale. “Abbiamo tre anni di tempo per trovare una soluzione che consideri le preoccupazioni espresse della popolazione in merito all'immigrazione senza al contempo compromettere la via bilaterale, di cui assolutamente non possiamo fare a meno. Nel 1992 la Svizzera si espresse contro l’entrata nello spazio economico europeo e fu trovata la via dei bilaterali: dobbiamo essere creativi e forti anche oggi.”
Secondo il candidato PLR, “per il Ticino sarebbe auspicabile un sistema che consideri i frontalieri (il motivo per cui la maggioranza del Ticino ha votato sì), che abbia un approccio federalista armonizzato che dia voce in capitolo e margine di manovra ai cantoni, che mantenga le misure di accompagnamento e che, soprattutto, sia il più flessibile ed elastico possibile.” Per essere flessibili, Pini intende “inserire i contingenti solo nei settori in cui cresce la disoccupazione, diminuiscono i salari e vi è un'esplosione dei frontalieri, e non in quelli dove non vi sono problemi o addirittura c’è carenza di personale (come il sanitario, il manifatturiero, l'edilizia)..”
Sulla possibilità di rivotare, Pini è categorico. “Non adesso, ora bisogna cercare di trovare una soluzione praticabile. Se però al termine delle trattative non si sarà arrivati a nulla, allora sarà necessario: il popolo sovrano dovrà scegliere tra i bilaterali e i contingenti, tra l'apertura e la chiusura. Ma prima occorre fare il possibile per far quadrare il cerchio.”
Non è preoccupato per la clausola di salvaguardia che sarebbe stata inserita nell'accordo con l’Italia. “Spero che i bilaterali non salteranno, ma anche in caso contrario, se l’accordo andrà in porto l’Italia prenderà più soldi con le tassazioni dei frontalieri (che pagheranno più imposte da noi, ma anche in Italia), dunque non avrebbe nessun motivo per far saltare l'accordo. E in quel caso noi avremmo la disdetta, se proprio.”
Infine, il franco forte “non avrà un effetto diretto, però complica il tutto, poiché la nostra economia è in difficoltà e i lavoratori frontalieri sono ancora più concorrenziali, dunque urge trovare ancora più in fretta una soluzione che attenui la forte pressione su mercato del lavoro e salari ma che non comprometta i bilaterali”.
“Questa votazione era inutile un anno fa e tale è rimasta”, è invece convinto il Presidente del PS Saverio Lurati. “Non risolve i problemi, perché essi sono interni alla Svizzera, è da noi che le imprese devono essere corrette con i salari. I contingenti non sono la soluzione, anzi renderebbero ancora più precaria l’economia poiché i datori di lavoro si servirebbero di permessi di residenza per i loro dipendenti.” Il principale nodo è rappresentato “dalle misure di accompagnamento ai bilaterali che vanno applicate da noi. Attendiamo comunque le idee del Consiglio Federale, ma ritengo che esso possa dire ciò che vuole ma l’UE ha i suoi problemi e difficilmente potrà cedere qualcosa alla Svizzera.”
Per Lurati, se si tornasse alle urne lo si farebbe per “capire se il popolo svizzero vuole ancora gli accordi bilaterali. A un certo punto sarà inevitabile rivotare. L’accordo con l’Italia, a mio avviso, non cambia nulla, neppure per il Ticino, perché ci si è presentati ai negoziati cercando di salvare il settore bancario e le imposizioni fiscali, dunque per forza si è dovuto lasciare qualcosa sul tavolo.”
Che ruolo ha il franco forte in tutto ciò? “L’UE spera di poter tirare un sospiro di sollievo. Noi svizzeri crediamo di essere l’ombelico del mondo, invece va capito che l’economia mondiale sta cambiando. Le sanzioni contro la Russia, per esempio, fanno sì che i russi non acquistino sul mercato europeo. Il prezzo alto del petrolio impedisce ad altri paesi di comprare. Nessuno sa orchestrare in questo contesto, le soluzioni non saranno certo trovate dalla Svizzera, che non è una questione centrale, bensì in un ambito europeo e mondiale.”
Fiorenzo Dadò, candidato PPD al Consiglio di Stato, ricorda come “abbiamo votato, io compreso, a favore dell’iniziativa sapendo benissimo che erano previsti tre anni per l’applicazione. Si deve cercare al più presto una soluzione che permetta di farlo, soprattutto per i cantoni di frontiera come il nostro. Mi aspetto che venga trovato il modo, ma non sarà possibile in tempi brevi. Il maggior ostacolo è la caduta dei bilaterali: se salta anche un solo accordo, a catena decadono tutti, e se ne dovranno discutere di nuovi. Su alcuni non ci saranno problemi, per altri sarà diverso.”
Dato che la questione è urgente, servirebbero “soluzioni intermedie, per esempio una moratoria sull’insediamento nel territorio di ditte estere che danno lavoro a frontalieri, e l’inserimento di bonus e malus, dal punto di vista fiscale e della mobilità ma non solo, a chi impiega non residenti. Basta volerlo fare!” E assolutamente contrario al fatto di rivotare. “Il popolo ha espresso la sua volontà, non si capisce perché si dovrebbe rifare la votazione. Semmai se cadranno i bilaterali ci si dovrà pronunciare in merito ad altri accordi, ma è musica del futuro, e di certo non si deve rivotare sui contingenti.”
L’accordo con l’Italia per Dadò “di per sé non è un ostacolo. Vedremo che cosa verrà firmato, ad ogni modo si deve tener conto del voto del 9 febbraio e dei contigenti. Ci tengo a far notare come noi del PPD abbiamo fatto votare in Gran Consiglio ed abbiamo difeso a Berna un’iniziativa dove si chiede che i contingenti possano essere decisi dai cantoni e non imposti dalla Confederazione. Il franco forte non ha nulla a che fare, poiché l’oscillazione del cambio è un fattore variabile, mentre un articolo votato dal popolo no.”
Per il candidato al Governo dei Verdi Franco Denti, la situazione è tutt’altro che rosea. “Non si è mosso niente durante questo anno. Aspettiamo che il Consiglio Federale partorisca qualcosa di valido. Di natura sono ottimista, ma se ciò che si sente dai media è vero, e il Ticino verrà preso ancora a pesci in faccia e sarà sacrificato sull’Altare della Patria, dovremo svegliarci e attuare immediatamente il blocco dei ristorni.”
L’accordo con l’Italia “rende sicuramente più difficile l’applicazione del voto, anche se non lo conosco nel dettaglio e dunque finchè non lo leggerò nella sua forma completa voglio dare un atto di fiducia a Berna. E a chi vuole rivotare, dico: scordatevelo!”
Sul fronte del PC (che presenta una lista congiunta con MPS), il candidato al Consiglio di Stato Massimiliano Ay sostiene che “i motivi che hanno portato la popolazione a votare quell’iniziativa vanno ricondotti alla subalternità del governo svizzero nei confronti dell’UE e, nel contempo, alla sua totale incapacità di affrontare i problemi sociali nelle zone di frontiera, così come spesso indicato dal Partito Comunista. Purtroppo non credo che si siano fatti passi avanti reali e il Consiglio di Stato ha la sua responsabilità a spingere al ribasso i salari dei residenti approvando i CNL a 3000 franchi! E così l’UDC ha gioco facile! Da parte mia credo che occorra applicare l’iniziativa popolare “Basta col dumping salariale in Ticino”.”
Sull’applicazione, Ay è pessimista. “L’iniziativa UDC è di difficile applicazione perché di fatto significa dover rimettere in discussione tutti rapporti che il nostro Paese ha con l’UE, a cui comunque la nostra economia è molto legata. Ma la popolazione evidentemente non sopporta più i diktat di Bruxelles e anche certi sindacalisti dovrebbero finalmente capirlo. Vogliamo riconoscere che al mondo non esiste solo l’UE? La Svizzera non può chiudersi a riccio non avendo materie prime, ma può scegliersi i partner.”
Seppur contrario all’iniziativa, Ay ritiene “sbagliato chiedere di tornare al voto. Mi pare una provocazione che non tiene conto della volontà popolare e non credo sia intelligente aizzare la popolazione. Soprattutto questa richiesta sottovaluta il clima di malessere sociale che ha spinto i cittadini a votare quell’iniziativa. Non si tratta di tornare al voto, ma di dare risposte migliorando le condizioni di lavoro dei salariati, puntando sui settori produttivi ad alto valore aggiunto. Se non lo facciamo, il declino è dietro l’angolo!”
Il franco forte deve “diventare un punto di vantaggio: puntando fortemente sull'alto valore aggiunto, si beneficia del basso prezzo delle materie prime importate e dell'unicità dei prodotti lavorati e dei servizi esportati, i quali, nonostante l'apprezzamento del franco, non sono pertanto sostituibili. Con questi parametri noi dobbiamo rapportarci all'UE, ma senza subalternità, come fu lo scellerato ancoraggio all'euro voluto dalla BNS, e soprattutto aprirci ai BRICS.”
Per Luciano Milan Danti, promotore della neonata Lega Sud Ticino, il caso è “un esempio classico che la Svizzera si piega all’Unione Europea e che non vengono presi in considerazione i referendum popolari. Si va contro la sovranità svizzera, che è ormai legata all’UE. Se il sì alla limitazione all’immigrazione venisse applicato, il nostro paese incorrerebbe in sanzioni, vi sono giochi a livello internazionale a cui i nostri politicanti non sono pronti.” Vanno dunque ricercate altre soluzioni. “Come le zone di commercio transfrontaliere per combattere l’UE.”
Quando gli si domanda se è d’accordo sul fatto di rivotare, precisa che “si dovrebbe essere più in chiaro sui punti dell’iniziativa, che di per sé è puro idealismo perché non abbiamo visto né azioni né dati concreti. Si possono portare i frontalieri a un numero chiuso? Può esserci una commissione? Bisogna capire che cosa è veramente questa iniziativa, non litigare fra noi senza risolvere nulla.”
PB
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