
La Commissione paritetica cantonale (CPC) per il commercio al dettaglio del Cantone Ticino ha preso atto "della perdurante incertezza della SECO nell’ammettere nel quorum dei datori di lavoro i 132 negozi ubicati nel centro Fox Town di Mendrisio". Un’incertezza che i partner contrattuali "continuano a non comprendere, proprio per la particolarità ed il valore commerciale del Fox Town".
"Allo scopo di superare l’impasse della SECO e accelerare la pubblicazione del decreto di obbligatorietà, si è deciso di produrre un ennesimo sforzo volto a presentare una settantina di ulteriori firme individuali di piccoli negozi - si legge nel comunicato stampa della CPC, che riportiamo integralmente - Si rimane dunque dell’opinione che l’istanza elaborata dai partner contrattuali durante il mese di dicembre 2017 già garantiva un numero necessario di firme per convalidare il raggiungimento del quorum".
"Per ovviare all’ipotesi che la SECO abbia a “computare” nell’universo dei datori di lavoro il centro commerciale Fox Town (un singolo negozio/datore di lavoro con un totale di 1'183 dipendenti) si opta per questa strategia atta pure ad evitare che la questione legata al computo delle firme Fox Town possa divenire oggetto principale di ricorsi, per altro già annunciati da più parti".
"La Federcommercio, che rappresenta le 8 associazioni locali dei piccoli negozianti, è stata inoltre in questi mesi sollecitata nell’accelerare l’entrata in vigore della nuova legge sull’apertura dei negozi.È necessario sottolineare, ad esempio, come in occasione dell’incontro indetto dal Municipio di Lugano, i commercianti attivi sulle rive del Ceresio, oltre a lamentare tutti i problemi di sistema (la pressione dell’e-commerce, il turismo degli acquisti e gli affitti troppo elevati) hanno voluto evidenziare la necessità di disporre di maggiore flessibilità in materia di orari di apertura".
"Ma proprio nella piazza luganese, su un totale di 370 datori di lavoro solo 110 hanno sottoscritto (meno del 30%), in forma individuale, il CCL. Di conseguenza, in mancanza delle firme individuali per rendere di forza obbligatoria il contratto e introdurre la nuova legge sui negozi, ci si ritroverebbe ad utilizzare la legge del 1968, molto restrittiva e non più in linea con le odierne esigenze del settore".
"La CPC per il commercio al dettaglio del Cantone Ticino si appella quindi a quei datori di lavoro che non hanno sottoscritto il CCL, pur invocando la necessità di disporre delle possibilità previste dalla nuova legge apertura negozi. A titolo esemplificativo, in questi mesi di maggio e giugno sono in calendario tre festività (non parificate alla domenica - lunedì di Pentecoste, Corpus Domini e San Pietro e Paolo), che in base alla nuova legge sull’apertura dei negozi, approvata a larga maggioranza dai ticinesi nel febbraio 2016 con il vincolo del CCL, avrebbero potuto rappresentare una occasione commerciale importante per attenuare l’esodo di residenti nel Cantone Ticino, a fare spesa, nella vicina penisola".
"Un atto di rispetto nei confronti di chi, a chiare lettere, in votazione referendaria si era espressa per un Cantone Ticino maggiormente reattivo all’esigenza del mercato attraverso la nuova LAN a condizione però che i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori fossero tutelati con un CCL obbligatorio", conclude il comunicato.
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