
È salito a 844 il numero di feriti per le cariche della polizia spagnola nei confronti dei catalani che si recavano alle urne per esprimersi sull'indipendenza della loro regione.
Un bilancio gravissimo. Ma se le ferite fisiche potranno essere - si spera - curate, ben più difficile sarà sanare la lacerazione tra il Governo spagnolo e quei 2 milioni di catalani che hanno sfidato la polizia per esprimere la loro volontà di secessione.
I catalani si sono chiaramente espressi. Ora cosa succederà?
"Molto probabilmente mercoledì la Catalogna dichiarerà l'indipendenza" spiega l'economista Alfonso Tuor. "Allora il Governo spagnolo, facendo riferimento a un articolo costituzionale, toglierà i poteri al Governo regionale. La Catalogna sarà quindi commissariata, per usare un termine italiano."
Questo però difficilmente placherà la protesta.
"Certo, non risolverà il problema, anzi, lo renderà ancora più acuto" afferma Tuor. "La gente che ieri è scesa in piazza per recarsi alle urne non può essere ignorata, ha bisogno di una risposta. Io non credo che si assisterà a un'escalation di violenza, ma sicuramente si aprirà una crisi lunga e dagli sviluppi anche imprevedibili."
"L'abbiamo visto nei Paesi dell'Est quando è crollato l'impero sovietico" prosegue Tuor. "Quando la popolazione si mette in movimento, è difficile fermarla."
La Catalogna si è quindi messa in marcia a passo deciso verso l'indipendenza. Che ruolo potrà giocare l'Unione europea in questa vicenda?
"L'Europa finora ha brillato per la sua assenza" risponde Tuor. "Da tempo si sapeva che le due parti si sarebbero scontrate, ma nessuno ha cercato di evitarlo. L'Europa rompe le scatole alla Polonia o all'Ungheria, ma a Madrid cosa dice? Nulla. Sicuramente l'UE esce a pezzi da questa vicenda. Ora sarà da vedere se continuerà a fare il Ponzio Pilato o se accetterà di fare da mediatrice, come richiesto da Barcellona."
Oltre all'Europa, un'altra grande sconfitta della giornata di ieri è la democrazia.
"Sì, quanto successo ieri conferma la crisi incredibile del sistema democratico" risponde Tuor. "Questa è ancora un'altra dimostrazione che le ferite provocate dalla crisi del 2008 non sono assolutamente rimarginate e che si esprimono in mille modi. C'è un disincanto nei confronti delle istituzioni democratiche e delle prospettive sociali ed economiche della popolazione. Nessuno crede più in un futuro migliore."
"Non si può paragonare gli elettori di Marine Le Pen o di Beppe Grillo ai secessionisti catalani, perché si tratta di espressioni completamente diverse l'una dall'altra. Ma è evidente che c'è un popolo di scontenti. La democrazia non è in grado né di risolvere le crisi economiche, né di ridare speranza alla popolazione, né di risolvere crisi nazionalistiche come quella catalana. E allora la gente cerca l'alternativa, che si presenta tante volte anche in modo sbagliato."
Quale potrebbe essere la via d'uscita, quindi?
"Io non vedo una via d'uscita, ma piuttosto il continuo deterioramento della situazione" conclude Tuor. "Un'inversione di rotta potrebbe giungere se ci fossero nuovamente prospettive di benessere. Se si dà alla gente lavoro e sicurezza, ci sarebbe la via d'uscita."
AS
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