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Caso Adria, spunta un sesto nome
Caso Adria, spunta un sesto nome
Caso Adria, spunta un sesto nome
Redazione
8 anni fa
Il TF ha accolto il ricorso della Banca Wir contro il non luogo a procedere nei confronti di un'altra persona coinvolta

Piccolo colpo di scena nel caso Adria, l'impresa edile al centro di presunte malversazioni (vedi articoli suggeriti). Dopo che lo scorso anno la Corte dei reclami penali (CRP) aveva annullato la decisione del giudice Marco Villa di rispedire l’incarto al procuratore generale John Noseda in quanto “incompleto” e aveva stabilito che lo stesso dovrà tornare al Tribunale penale per aggiornare il processo contro gli imputati - ovvero i due titolari dell'impresa l'ex-direttore della Banca Wir di Lugano e due operatori immobiliari - sembrerebbe che nella vicenda sia coinvolta una sesta persona, ovvero un presunto complice della truffa.

Nell’ambito del suddetto procedimento penale, nel giugno del 2016 l’istituto bancario aveva richiesto l'estensione dell'istruzione anche al titolare di una società anonima, subordinatamente l'apertura di un procedimento penale nei suoi confronti, in quanto avrebbe partecipato “consapevolmente alle ingannevoli operazioni immobiliari mediante l'emissione di fatture, parzialmente incassate per il tramite della società a lui riconducibile, per complessivi 700'000 franchi quale corrispettivo per una direzione lavori, mai eseguita, sui cantieri della Adria. L'uomo, a sua volta, aveva controdenunciato la banca.

Il 25 ottobre 2016, tuttavia, il Procuratore generale aveva decretato il non luogo a procedere nei confronti dell’uomo, non considerandolo correo o complice, bensì danneggiato dalle operazioni immobiliari in questione. Contro tale decisione l’istituto bancario era insorto senza successo alla CRP. Per la Corte non sussistevano indizi oggettivi per ritenere che l'imprenditore abbia partecipato consapevolmente ad attività truffaldine e nemmeno che abbia tratto un qualsivoglia illegale vantaggio economico, risultando anzi vittima di tutta questa vicenda.

La Banca Wir si era così rivolta al Tribunale federale che, con sentenza del 4 aprile 2018 pubblicata oggi, ha contestato la tesi della CRP. Per i giudici di Mon Repos “nulla agli atti permette di affermare che gli importi pagati alla società fossero dovuti e giustificati, mentre “appare riduttiva la considerazione della CRP per cui si tratterebbe di una questione prettamente civilistica tra le predette società”. La CRP, in sostanza, “ha violato il principio in dubio pro duriore, perché ha arbitrariamente ritenuto chiaramente accertato che il titolare della società non ha partecipato consapevolmente alle truffe ai danni della ricorrente”.

La sentenza impugnata è stata quindi annullata e la causa rinviata alla Corte dei reclami penali per nuovo giudizio. Le spese giudiziarie di 1'500 franchi sono state poste a carico del titolare della SA che, unitamente al Cantone, dovrà versare 3'000 ranchi all’istituto bancario a titolo di ripetibili per la procedura innanzi al Tribunale federale.

nic

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