
Non si placano le polemiche sul nuovo canone radiotelevisivo. Nelle scorse settimane era toccato a Serafe, la nuova azienda incaricata dalla Confederazione, finire nel mirino delle critiche per degli errori di fatturazione, per i 600 milioni 'di troppo' che verranno incassati nel 2019 e per alcuni discutibili ruoli al suo interno (il direttore generale della società Werner Krauer è infatti anche il presidente del Consiglio di amministrazione, vedi articoli suggeriti).
Sul piede di guerra - seppur non contro Serafe bensì contro il canone stesso - ci sono però anche le imprese ticinesi che contestano il sistema di calcolo della fatturazione.
Come noto le imprese soggiacciono automaticamente al pagamento del canone a partire dai 500'000 franchi di cifra d’affari a livello mondiale. L'imposizione avviene indipendentemente dal possesso o meno di un apparecchio in quanto le imprese che non hanno la possibilità di ascoltare la radio né di guardare la televisione beneficiano indirettamente delle prestazioni del servizio pubblico in materia. Ad esempio, la radio e la televisione divulgano informazioni a carattere economico, offrono rassegne sulla borsa e sull’economia, trasmissioni per i consumatori e bollettini sul traffico.
Tuttavia, per stabilire la fascia di fatturazione ci si basa sulla cifra d'affari dell'azienda e non, per esempio, sull'utile. E qui, stando a molte aziende, casca l’asino: da un lato il canone diventa a tutti gli effetti una imposta e non una tassa e dall'altro si usa come base per calcolarla un parametro che varierebbe troppo in base al tipo di produzione, senza essere per forza legato alla dimensione e/o alla forza economica dell'azienda.
A farsi portavoce del malcontento è stato anche il direttore dell’Associazione industrie ticinesi (AITI) Stefano Modenini che ha annunciato via Twitter un’azione a Berna per “correggere il tiro”.
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