
Le conseguenze dell'abbandono della soglia minima di cambio franco/euro, deciso nel gennaio 2015 dalla banca nazionale, si fanno sentire ancora oggi sugli stipendi dei frontalieri. Stando al Corriere di Como, molti lavoratori d'oltre confine, che si sono visti abbassare il salario del 15-20% dopo il provvedimento della BNS, stanno attendendo ancora oggi l'adeguamento dei salari, con il franco tornato a 1,15 contro l'euro. Una situazione che starebbe facendo aumentare il malessere tra i frontalieri. A pagare il conto, stando al giornale, sono stati soprattutto quei lavoratori sprovvisti di un contratto collettivo, dove difficilmente i sindacati sono potuti intervenire.
Il sindacalista ticinese OCST Andrea Puglia ha spiegato al giornale che bisogna fare una distinzione tra quelle imprese che hanno firmato accordi sulla "crisi valutaria" e quelle che invece hanno agito senza alcuna consultazione: "Dove l'OCST è riuscito a stringere intese è stata inserita una clausola esplicita, motivo per cui con il ritorno del franco a valori più bassi i salari sono stati adeguati" ha dichiarato il sindacalista.
Accordi che tuttavia sono pochissimi, un centinaio in tutto, ha confermato il segretario dell'OCST luganese Giovanni Scolari. "Da parte nostra abbiamo sempre contrastato queste riduzioni unilaterali degli stipendi" ha dichiarato sempre al Corriere di Como, sottolineando che il sindacato è arrivato in alcuni casi fino al Tribunale federale "che ci ha dato ragione su pagamenti in euro o diminuzioni di salari".
"Purtroppo è anche vero" ha proseguito Scolari, "che dove non ci sono contratti collettivi o aziendali, oggi non siamo nelle condizioni di chiedere un adeguamento".
Uno spiraglio potrebbe ora aprirsi con il salario minimo, grazie alla sentenza del Tribunale federale, che ha stabilito la validità del provvedimento, per ora valevole per il Canton Neûchatel.
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