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Ticino
Burqa e rifiuti: decreto d’abbandono per Robbiani
Foto CdT/Chiara Zocchetti
Foto CdT/Chiara Zocchetti
Filippo Suessli
6 anni fa
Nel 2014 il deputato leghista Massimiliano Robbiani accostò donne con il burqa a sacchi della spazzatura. “Non emerge che abbia agito mosso dall’odio”

Massimiliano Robbiani non sarà perseguito per discriminazione razziale e perturbamento della libertà di credenza e di culto. Lo ha deciso il procuratore pubblico Pablo Fäh, che ha firmato un decreto d’abbandono per il deputato leghista. Robbiani nel 2014 aveva pubblicato su Facebook un’immagine che ritraeva due donne con il burqa accanto a due sacchi della spazzatura. Commentando aveva scritto: “Trova le differenze, in palio 10kg di salame Maometto”.

“Per fortuna esiste la giustizia”

A sei anni dai fatti è arrivata la decisione da parte del Ministero pubblico di abbandonare il procedimento. È lo stesso Robbiani ad aver inviato ai media il decreto di abbandono, commentando: “Per fortuna esiste ancora una giustizia, una giustizia che ha saputo valutare con obiettività e non con accanimento politico nei miei confronti, un ‘caso’ montato ad arte da chi voleva ‘farmi fuori’”.

“Satira”

Interrogato dagli inquirenti, si legge nel decreto, Robbiani “non riteneva il burqa un simbolo della religione musulmana e non era sua intenzione offendere la sensibilità religiosa di nessuno”. Per questo secondo il procuratore “non risulta quindi che egli abbia agito sapendo di offendere le convinzioni religiose altrui”. Secondo il granconsigliere, l’immagine “sarebbe stata unicamente una satira sull’indumento in quanto tale e sulla costrizione a indossarlo, e non sulla religione musulmana”. Per questo è quindi caduto il reato di perturbamento della libertà di credenza e di culto.

Non c’era odio

Per quanto riguarda la discriminazione razziale, secondo il procuratore “non emerge che abbia agito mosso dall’odio o da un sentimento di disprezzo verso gli appartenenti a una religione”, si legge ancora. Infatti l’agire di Robbiani è stato ritenuto essere “una critica di un determinato uso” e non voler generare “discredito delle persone in quanto appartenenti ad una determinata religione”.

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