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Ticino
Burkhalter: l'elezione vista dalla stampa ticinese
Redazione
17 anni fa
Bernasconi: “Burkhalter per la concordanza”. Caratti: "Il Ticino aspetta e spera". Decaillet: "Tre mesi per permettere a Fulvio Pelli il suo proprio suicidio politico"

“Burkhalter per la concordanza”, titola il Corriere del Ticino. “È l’ora di Burkhalter”, scrive laRegione Ticino. “Il PLR salva il seggio”, sottolinea il Giornale del Popolo. In grande evidenza, oggi sulla stampa, l’analisi dell’elezione di ieri del successore di Pascal Couchepin. Diversi i commenti interessanti. A cominciare da quello del responsabile delle pagine nazionali del Corriere, Moreno Bernasconi. L’elezione del radicale romando Didier Burkhalter, per Bernasconi, esprime la volontà di una chiara maggioranza dell’Assemblea federale di stringere i bulloni della concordanza. Su laRegione è il direttore Matteo Caratti a scrivere. “Il Prd centra il bersaglio – titola – il Ticino aspetta e spera”. Per Caratti un Ticino diverso, che si riconosce nelle più che dignitose parole pronunciate ieri da Marty, esiste. Eccome se esiste, scrive il direttore del quotidiano bellinzonese. Alzi allora la testa e ritrovi la strada verso Berna. Interessanti anche i due commenti che troviamo in prima sul Giornale del Popolo. Il direttore Claudio Mésoniat non nasconde l’amarezza per l’esclusione del Ticino dalla stanza dei bottoni. “Restiamo – scrive – fino a prova del contrario la terza piazza finanziaria svizzera. Negli ultimi quindici anni abbiamo messo in piedi, senza grandi aiuti da Berna, un’università. E il torto del Ticino – si chiede Mésoniat – sarebbe che un elettore su cinque vota un partito che si chiama Lega? “Non mi sembra un grande argomento, onorevole Marty”, scrive Mésoniat. E sempre sul GdP merita una segnalazione l’editorialista romando Pascal Decaillet, che scrive: “Ancora una volta il genio del sistema svizzero ha funzionato: tre mesi per eliminare i migliori, tre mesi per cancellare le angolosità, ripulire ciò che eccede, tagliare ogni escrescenza di desiderio. Tre mesi per permettere a Fulvio Pelli di montare uno degli one man show più impressionanti della storia politica del dopoguerra: la messa in scena, degna delle più belle pagine di Gabriele D’Annunzio, del suo proprio suicidio politico. E il tutto rigorosamente in Technicolor”.

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