Cerca e trova immobili
L'intervista
Bruno Giussani: «L'intelligenza artificiale è affascinante, ma ci fa perdere la nostra capacità cognitiva»
Redazione
16 giorni fa
Il giornalista e autore del libro "La mente sotto assedio" invita a usare i chatbot con distanza critica: «Ogni conversazione è un apprendimento su di noi. E il rischio è creare debito cognitivo».

L’intelligenza artificiale affascina, potenzia, accelera. Ma può anche manipolare, indebolire il pensiero critico e ridefinire i rapporti di potere. È attorno a questi temi che si è sviluppata la puntata di Radar con ospite Bruno Giussani, giornalista e autore del libro «La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale».

Tra fascino e inquietudine

Per Giussani il fascino di questa tecnologia è evidente. I chatbot e i sistemi di IA danno l’impressione di avere «dei superpoteri»: scrivono testi in pochi secondi, analizzano documenti, elaborano immagini, velocizzano processi che prima richiedevano molto più tempo. Ma c'è anche un elemento di inquietudine: «Da un lato c'è il tipo di rapporto che stiamo sviluppando con queste macchine, dall'altro c'è la domanda chi si cela dietro l'intelligenza artificiale».

L'esposizione personale

Uno degli aspetti più delicati riguarda il livello di esposizione personale. Se già i motori di ricerca e i social network permettevano di ricostruire gusti, intenzioni e fragilità degli utenti, con i chatbot il salto è ulteriore. Non si tratta più soltanto di clic, like o cronologia di navigazione: si tratta di conversazioni vere e proprie, spesso intime e confidenziali. «Ogni dialogo diventa per la macchina un momento di apprendimento su chi siamo, cosa pensiamo, cosa temiamo e quali vulnerabilità abbiamo», sottolinea Giussani.

IA e giovani

Il tema è particolarmente sensibile quando tocca i giovani. Uno studio presentato lunedì da Pro Juventute indica che un giovane su dieci si rivolge all'IA quando ha preoccupazioni. «Da un lato parlare con una macchina può avere un effetto liberatorio per chi fatica a confidarsi o relazionarsi con altre persone. Però è anche un problema perché in questo modo non miglioriamo la nostra capacità di relazionarci con altri se ogni giorno ci confrontiamo con una macchina che risponde sempre e si presenta un po' come un amico».

Educare all'intelligenza artificiale

Da qui il tema della scuola. In Ticino si discute di inserire più informatica e più intelligenza artificiale nei programmi scolastici. Per Giussani è una direzione importante, ma incompleta. «Imparare a usare l'IA bene è importante, ma non basta. Bisogna imparare anche a capire cosa sono queste macchine, perché funzionano in un certo modo e che tipo di visione del mondo portano. Ogni chatbot è sviluppato da un'azienda diversa e nel loro codice portano le visioni del mondo dei dirigenti di quell'azienda e di chi le ha sviluppate. Che sistemi di potere ed economici ci sono dietro questi schemi? Bisogna insegnare anche queste cose per poter avere una relazione molto cosciente con queste macchine e non farsi utilizzare dalle macchine. Bisogna saperle utilizzare con distanza critica e vigilanza». È anche per questo che Giussani, nel suo libro, dice di essere un «resistenze tecnologico». Non si tratta di un rifiuto della tecnologia, ma di un atteggiamento di vigilanza permanente.

Tra guerra e geopolitica

L’intelligenza artificiale sta cambiando anche il modo di combattere. Il punto non è solo il rischio di errore, che è sempre esistito nei conflitti, ma la velocità delle decisioni. L’IA comprime il tempo tra analisi e attacco, riducendo di fatto lo spazio per una supervisione umana reale. Parallelamente cresce la dipendenza europea dalle piattaforme tecnologiche americane. Una questione che per Giussani riguarda non solo l’economia, ma anche la sovranità digitale e gli equilibri geopolitici. La soluzione non è imporre sistemi locali, ma creare domanda e investimenti per far crescere un ecosistema tecnologico europeo più autonomo.

Il rischio del «debito cognitivo»

I chatbot di intelligenza artificiale, conclude Giussani, hanno un fascino irresistibile: «Siamo pigri e con l'IA c'è la possibilità di delegare a una macchina lo sforzo di pensare, capire, riflettere, decidere». Un vantaggio a corto termine che potrebbe però trasformarsi in una perdita progressiva di autonomia mentale che i ricercatori chiamano «debito cognitivo». «Meno pensiamo, meno decidiamo autonomamente, meno siamo in grado di eseguire determinati compiti. A poco a poco rischiamo di perdere la nostra capacità cognitiva, la capacità di pensare liberamente e lucidamente. Dobbiamo assolutamente proteggere questa capacità».