
Una donna passeggia nel bosco col suo cane. Si imbatte in un cervo morto. Un grosso cervo di 140 chili. Chiama i guardiacaccia. Il cervo è morto da alcuni giorni, strozzato da un laccio d’acciaio. Ci vuole poco alle guardie per risalire all’autore. Un operaio che abita nei dintorni.È accaduto nelle scorse settimane nel Bellinzonese. Si è trattato di un atto di bracconaggio particolare. Scopo: difendere il vigneto dalla voracità degli ungulati. Così almeno ha sostenuto l’uomo, denunciato al Ministero pubblico, che non è nemmeno un cacciatore. Ma, messo alle strette, l’autore ha ammesso di aver usato il barbaro metodo dei lacci anche per catturare dei camosci sui monti cinque o sei anni fa. E qui la tesi della difesa del vigneto non regge.Un metodo, quello dei lacci, che richiede abilità nel piazzare la trappola e conoscenza dei punti di passaggio della selvaggina. L’inchiesta è condotta dal procuratore pubblico Arturo Garzoni.In questi giorni i guardiacaccia hanno messo a segno un altro colpo, sempre nel Bellinzonese. Hanno sequestrato alcuni fucili modificati nascosti in una baracca nei boschi della Riviera. In questo caso, il proprietario delle armi è un cacciatore. Ma sostiene di aver usato quelle armi soltanto per il tiro al bersaglio. È stato comunque denunciato per violazione della legge sulle armi. emmebi
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