
Come ricorderete il tema dei ristorni, ovvero quelle imposte prelevate alla fonte dei frontalieri e dovute all’Italia, ha letteralmente spaccato in due la Commissione della gestione. Oggetto del contendere una mozione del PPD datata 2015 che chiede al Governo di vincolarne una parte per opere di mobilità transfrontaliere, come peraltro previsto per legge dal vecchio accordo del 1974. Una settimana fa la proposta aveva trovato l’appoggio dei commissari di Lega, La Destra e Verdi ottenendo la maggioranza commissionale. Contrari PLR e PS secondo cui andrebbe innanzitutto verificato per cosa siano effettivamente stati utilizzati i ristorni, mentre la vera soluzione “arriverà con il nuovo accordo fiscale” (vedi articoli suggeriti).
Nel relativo rapporto di minoranza redatto da Matteo Quadranti e firmato questa mattina, PLR e PS invitano il Gran Consiglio “a considerare evasa la mozione la quale sarebbe superata comunque dal nuovo testo paraffato, rispettivamente inattuabile nella misura in cui con l’Accordo in vigore dal 1974, come detto, le autorità ticinesi e svizzere semmai hanno solo un diritto di essere informati sull’utilizzo dei ristorni ma senza poterlo imporre restando questa una competenza sovrana italiana”.
“Considerare la mozione evasa non vuol dire essere contrari alle trattative - sottolinea Quadranti nel suo rapporto - Certo dopo le recenti elezioni politiche italiane e viste alcune dichiarazioni di talune forze politiche uscite vincitrici, sembra che tutto possa essere nuovamente rimesso in discussione e pertanto, di riflesso, sono emerse nuovamente richieste di blocco dei ristorni. Magari la Svizzera potrà a sua volta trattare su altre basi senza dimenticare l’importanza della convenzione sul divieto di doppia imposizione e degli aspetti legati a liste nere, grigie e tutto il settore dei servizi finanziari. Ma questo è un tema che esula dagli auspici della mozione in discussione”.
Pertanto, evidenza Quadranti, le opzioni restano poche: si continua a negoziare le modifiche degli Accordi fiscali in vigore (“ciò che è già in atto e rende inutile la mozione che postula che si negozi”), si disdicono gli Accordi e poi si vedrà con quali conseguenze (“formalità di disdetta da rispettare secondo il diritto internazionale e conseguente perdita di interesse della mozione in oggetto che chiede di far rispettare l’Accordo che sarebbe disdetto”) oppure si avvia una vertenza giudiziaria internazionale (“da valutare a livello strategico, probatorio e finanziario i relativi pro e contro di una causa per asserita violazione degli Accordi esistenti con immediata e comprensibile cessazione di negoziati fino a definizione della vertenza sugli accordi sui frontalieri ma anche sul divieto della doppia imposizione”).
“L’attuale Accordo in vigore venne siglato in momenti politicamente ed economicamente diversi da quelli attuali”, ragione per cui anche la minoranza della Commissione concorda “che si tratta di uscire dalla situazione di stallo ma questo lo si potrà ottenere molto più probabilmente in un rapporto bilaterale di negoziato e non sulla base di atti di forza e unilaterali come il blocco dei ristorni, le disdette o le cause giudiziarie per asserite violazioni dell’Accordo che dovrebbero restare le ultime ratio sempre che vi sia un tornaconto chiaro ed immediato per i ticinesi”.
Infine, “l’avvio di eventuali trattative transfrontaliere tra Cantone Ticino e Regione Lombardia per alcune questioni puntuali in ambito di trasporti transfrontalieri, se effettuate nei limiti e con le cautele di cui sopra è senz’altro da valutare, ma ancora una volta, questa è, e va vista, come una idea e una impostazione ben diversa da quella che si legge nel testo letterale della mozione”.
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