
Il Consiglio di Stato, dunque, ha deciso all'unanimità di trattenere cautelativamente una parte dei ristorni dell'imposta alla fonte destinati all'Italia: 50 milioni di franchi, circa. La decisione è maturata dopo un ultimo confronto con la consigliera federale Karin Keller-Sutter ed è stata comunicata proprio mentre la «ministra» delle Finanze incontrava a Roma il suo omologo italiano Giancarlo Giorgetti. L'obiettivo? Un dietrofront sul contributo sanitario che si intende applicare ai cosiddetti vecchi frontalieri, la tanto discussa tassa sulla salute. Una violazione degli accordi in vigore, ha ribadito oggi il Consiglio di Stato, nonostante una perizia della Confederazione abbia detto l'esatto contrario. Così il presidente Claudio Zali: «Un prelievo di questo genere ha l'apparenza di un'imposta piuttosto che di una tassa. Anche da parte italiana sono stati allestiti dei pareri giuridici che vanno nella direzione di quello che abbiamo raccolto noi. La Confederazione sembra interessata a sostenere la propria tesi e a evitare delle frizioni con l'Italia».
Berna che, agli occhi del Ticino, negli ultimi tempi non ha fatto quasi nulla per tutelare il Cantone. I ristorni sono allora una leva? Ancora Zali: «Evidentemente, negli ultimi anni si sono create delle situazioni di frustrazione da parte ticinese. La sensazione è che le nostre differenze e le nostre difficoltà non siano considerate in modo adeguato. Oggi si aggiunge quest'altro problema, che però è importante di suo. Specifico che non ci saremmo permessi di intervenire sui ristorni se non vi fosse stata una violazione da parte italiana dell'accordo stesso».
La mossa ticinese è stata accolta, eufemismo, freddamente da Karin Keller-Sutter. La «ministra», parlando a nome del Consiglio federale, ha detto di aver preso atto della decisione ribadendo che la decisione mette a dura prova l'accordo esistente con l'Italia. Di qui l'invito al dialogo. Bruno Storni, presidente della deputazione ticinese alle Camere, dal canto suo ha detto: «I ristorni non vanno alle Regioni, ma ai Comuni e agli enti locali affinché possano infrastrutturarsi. E questo perché non beneficiano delle entrate fiscali di chi lavora in Svizzera. Quindi, si toglie alle comunità per colpire, eventualmente, la Regione che vuole applicare una legge italiana».

