
“Sono una mamma, una tifosa dell'Ambrì-Piotta, una donna che crede e difende il tifo organizzato, una mamma e una donna che crede nella Curva Sud, che crede in una realtà di pace e tolleranza, una mamma che crede nella giustizia e nella libertà d'espressione”. A scriverci è Giulia (nome di fantasia), una ticinese che ha vissuto in prima persona il blitz della Polizia del 14 marzo che ha portato al fermo di 13 persone, sospettate di essere coinvolte nei disordini alla Valascia dello scorso gennaio.
Residente nel Sopraceneri, la nostra lettrice è madre di due bambini piccoli ed è tifosa biancoblu al pari del suo compagno, fermato dalle forze dell’ordine quel mercoledì mattina. Dopo che gli agenti lo hanno portato in centrale per gli accertamenti del caso ha preso carta e penna per denunciare quella che non ha esitato a definire “una situazione folle” (leggi QUI le sue parole).
Quella della Polizia, traspare dalle sue parole, è stata “un’azione spropositata” con l’unico scopo di “intimorire semplici cittadini ‘colpevoli’ di appartenere al tifo organizzato”.
“Si è trattato di pura follia - si sfoga la nostra lettrice - Il mio compagno portato via come un criminale davanti agli occhi dei bambini. E tutto questo solo per una foto che lo ritrae con le mani in tasca sul piazzale della Valascia”.
“Chi verrà a dire ai miei figli che il loro papà non ha fatto nulla di male e che si sono sbagliati? Chi toglierà dai ricordi dei miei figli quel maledetto mercoledì mattina?”, conclude amareggiata.
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