
Il mondo della cultura è insorto negli scorsi giorni, di fronte alla decisione del governo di limitare a cinque persone il pubblico di tutte le manifestazioni (limite poi rivisto a trenta). Ma la bordata più dura arriva oggi dalle onde di Rete Due, la radio culturale della Rsi. Un attacco diretto e duro a Manuele Bertoli, direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport. Autore ne è il giornalista e scrittore Pierre Lepori, all’interno di Corsivo, editoriale quotidiano della rete. Qui trovate il suo testo completo.
“Sono furibondo”
Lepori nel suo intervento si è detto “furibondo” per le interviste rilasciate da Bertoli, alle quali non avrebbe risposto nelle vesti di ministro della cultura”. “Lei non è il ministro della salute o delle finanze”, ha detto il giornalista. Quali risposte di Bertoli hanno suscitato questa reazione? Eccole: “Si è limitato a rispondere ‘posso capire che ci sono delle differenze tra quello che è un cinema o, che ne so, una fiera’, e che non è il momento per ‘cose dedicate più magari all’appagamento dell’anima come può essere la cultura’ (fine della citazione). Quel che mi ha scioccato – a parte la sua poca considerazione per le arti e la sintassi – non è questo: è che lei non ha speso una parola per tutti coloro che la cultura la vivono, la fanno, ed è il loro mestiere”.
In un altro posto...
“Per tutti loro, per tutti noi, lei non ha speso una parola”, ribadisce Lepori. “Ha certo confermato che si troveranno soluzioni finanziarie per tutti. Ma in una successiva intervista ha ribadito che ‘il cinema e il teatro, nel complesso, hanno un’importanza minore’. Salvo che lei non è il ministro del complesso ma proprio di queste cose minori. Anziché parlare come ministro della cultura, lei ha scelto un impassibile profilo basso, quel sano passo da montanaro che il Governo continua a vantare...”. E l’editoriale si conclude con una affondo: “Se lei fosse il ministro della cultura di una città come Berlino o New York, o magari solo di Losanna (fiera della sua cineteca, del Théâtre de Vidy o dell’Opéra), probabilmente di fronte alla sua completa mancanza di empatia per il mondo culturale, per gli artisti, gli intellettuali, gli operatori che dovrebbero fare la ricchezza critica di un paese, qualcuno le avrebbe chiesto le dimissioni. Io non lo farò, per carità, non è il mio ruolo”.
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