
Ieri scalpellini e cavisti hanno scioperato per rivendicare il contratto collettivo di lavoro, disdetto due anni fa dall'associazione industrie graniti ticinese (AIGT), portando pure una petizione all'attenzione del consigliere di Stato Manuele Bertoli, affinché il Governo intervenga quale mediatore tra le parti. Oggi, dopo lo sciopero di un datore di lavoro, è la stessa associazione a prendere posizione in merito, che deplora l'attività promossa dai sindacati.
"Da tempo siamo restii a spiegare le nostre ragioni di questo conflitto contrattuale perché sono temi tecnici e legali di difficile interpretazione. Riteniamo anche che interessino solo ed unicamente i diretti interessati e non un pubblico allargato, come le associazioni sindacali cercano di far credere. Per questo motivo abbiamo dato spiegazioni e garanzie scritte ai nostri dipendenti senza doverci rifare ad altri canali". Dato che si tratta di aziende piccole, per l'AIGT i canali di comunicazione che contano sono quelli tra dipendente e datore di lavoro. "Le proteste senza senso e le azioni sindacali volte a destabilizzare l’ambiente di lavoro sono deplorevoli" si legge ancora nella nota. "Le pressioni fisiche e psicologiche che i lavoratori hanno dovuto subire negli ultimi mesi da parte sindacale e da numerosi infiltrati che poco hanno a che vedere con il settore, sono state violente e scorrette".
Detto questo, l'associazione padronale ricorda di aver inviato al consigliere di Stato Claudio Zali una dichiarazione, nella quale si confermava "l'impegno a mantenere tutte le condizioni di lavoro previste nel Contratto ticinese scaduto nel 2011, ivi compreso il prepensionamento a 60 anni".
"Le condizioni di lavoro dei dipendenti delle ditte associate" si continua a leggere "non hanno subito peggioramento alcuno da quando il CCL del granito è scaduto: le ditte associate hanno continuato a rispettare i salari, gli orari di lavoro, il diritto alle vacanze e alla tredicesima; il Pensionamento anticipato a 60 anni è in vigore dal 2003 e non è mai stato messo in discussione".
L'associazione ribadisce inoltre che il settore del marmo e del granito non è assoggettato obbligatoriamente alla Convenzione nazionale mantello dell'edilizia: "Questo seguendo le indicazioni rilasciate dal SECO nel febbraio del 2013" e in due occasioni dal Consiglio federale. "Dal 2013 stiamo cercando una sede legale nella quale poter dibattere la vertenza legale che ci impedisce oggi di partecipare alle commesse pubbliche. Questo é il ricatto dei sindacati tramite la Commissione paritetica Cantonale dell'edilizia".
L'ultima frecciatina è rivolta nuovamente ai sindacati: "Il sindacato non difende gli operai e i posti di lavoro, ma è preoccupato perché senza CCL non incassa più il contributo professionale che le ditte sono obbligate a trattenere al dipendente e a versarlo al sindacato stesso. E nell’ambito del granito si tratta di contributi per oltre 200'000.- all’anno!" Inoltre, "il sindacato non ha mai contribuito alla difesa dei posti di lavoro, ad impedire il dumping salariale, ad arginare l’importazione sfrenata di pietra naturale dall’estero".
Ben venga dunque che la disputa sia arrivata fino al Consiglio di Stato ticinese, conclude l'AIGT: "Speriamo in quella sede di trovare interlocutori capaci di capire queste e altre rivendicazioni del nostro settore. Dopo 100 anni di attività sarebbe il momento giusto".
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