
Oggi come allora, per parecchie ore la zona è tornata off limits: davanti al civico 8 di via San Gottardo a Bellinzona, al di là dal nastro, vi erano polizia scientifica, medico legale, autorità giudiziarie e lui, il principale indiziato per la morte di una 24enne eritrea, precipitata dal balcone del quinto piano lo scorso 3 luglio.
Una lunga mattinata per tentare di ricostruire quegli ultimi istanti fatali. Un atto scelto o un terribile omicidio? Ad un mese dai fatti la domanda rimane. Impossibile carpire come l’accusato, il 35enne eritreo compagno della donna, abbia reagito una volta entrato nell’appartamento accompagnato dai suoi legali. Da quel poco che si è potuto raccogliere dalle autorità la sua versione non è cambiata. È vero: quella sera la coppia aveva litigato, aveva ammesso l’uomo nel corso degli interrogatori. Il 35enne ha però anche sempre negato di aver spinto la compagna giù dal balcone.
Di certo c’è che poche settimane prima le autorità erano già intervenute per sedare una lite domestica. Altro elemento emerso grazie all’autopsia: la donna, riferiva a metà luglio la RSI, avrebbe tentato di proteggersi durante la caduta, come dimostrano le ferite riportate. Come detto, però, al momento attuale dell’inchiesta, coordinata dal magistrato Moreno Capella, ogni conclusione sarebbe prematura.
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