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Bellinzona, il grido "Allah Akbar" di fronte al Tribunale
Bellinzona, il grido "Allah Akbar" di fronte al Tribunale
Bellinzona, il grido "Allah Akbar" di fronte al Tribunale
Redazione
8 anni fa
Un gruppo di dimostranti ha accolto Blancho, Illi e Cherni, a processo con l'accusa di sostenere il terrorismo islamico

Si apre oggi al Tribunale penale federale di Bellinzona il processo a carico del presidente del Consiglio centrale islamico svizzero (CCIS/IZRS) Nicolas Blancho, del responsabile della comunicazione Qaasim Illi e di Naim Cherni, un tedesco membro dell'associazione islamica che vive a Berna. I tre sono accusati Ministero pubblico della Confederazione (MPC) di aver violato la legge federale che vieta i gruppi "al-Qaida" e "Stato islamico", nonché le organizzazioni associate per aver offerto un'importante piattaforma plurilingue e multimediale all'alto rappresentate dell’organizzazione terroristica (vedi articoli suggeriti).

I tre sono arrivati questa mattina a Bellinzona, accompagnati da un folto pubblico di sostenitori. Ad attenderli, di fronte al Tribunale, un gruppo di dimostranti che li hanno accolti al grido di "Allah Akbar" (Dio è grande). Tra i diversi cartelloni che reggevano i manifestanti, si leggono scritte come "Libertà di stampa per tutti", "Fight Isis, get persecuted" o ancora "Stato di diritto o Repubblica delle Banane?". 

Prima di entrare in aula, Blancho si è rivolto al pubblico: "Abbiate fiducia in Allah, siamo convinti che tutto andrà bene".

I capi d'imputazione

Il Ministero pubblico della Confederazione in settembre ha rinviati a giudizio il terzetto per alcuni video ritenuti opera di propaganda a favore di al-Qaida o di un gruppo ad essa associato. Cherni è accusato di aver fatto le riprese nell'ottobre del 2015 in Siria. I filmati sono stati poi approvati da Illi e pubblicizzati in accordo con Blancho tramite social media e anche in occasione di una manifestazione pubblica a Winterthur nel dicembre 2015. Blancho, Illi e Cherni rischiano fino a 5 anni di carcere.

Nei video è contenuta in particolare una intervista ad Abdallah al-Muhaysini, un saudita che la Procura federale ritiene fosse un alto rappresentante di al-Qaida in Siria, e rappresentante dell'organizzazione "jihadista" Jaysh al-Fath.

Secondo l'accusa le immagini con al-Muhaysini non sono "un'intervista giornalistica in esclusiva" condotta secondo le regole della professione, quanto piuttosto una piattaforma di propaganda islamista per lo stesso al-Muhaysini. Quest'ultimo parla per oltre 35 minuti mentre il contributo totale dell'intervistatore Cherni non supera i due minuti.

I tre imputati negano recisamente, così come l'interessato stesso. In una conferenza stampa organizzata lunedì a Berna, il CCIS, gruppo islamista piccolo ma molto attivo, ha sostenuto che al-Muhaysini non è mai stato membro di al-Qaida o della sua succursale siriana an-Nusra ma un "costruttore di ponti" tra i vari gruppi ribelli siriani e un attivo oppositore dello Stato islamico (Isis) e che il filmato era un "servizio giornalistico".

Scena muta in aula

Il CCIS ha anticipato che i tre imputati sarebbero rimasti in silenzio e non avrebbero risposto alle domande davanti al TPF. E così è stato. Nessuno dei tre ha risposto alle domande del giudice riguardo alla loro situazione familiare, economica e professionale, nonché sui filmati incriminati. 

Il processo dovrebbe concludersi domani, mentre la sentenza è attesa per venerdì 25 maggio. 

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