
Era il 29 marzo del 2023 quando UBS annunciava la nomina di Sergio Ermotti quale nuovo amministratore delegato e presidente della direzione a partire dal 5 aprile dello stesso anno. Un ritorno, quello del ticinese, voluto alla luce delle nuove priorità di UBS a seguito della prevista acquisizione di Credit Suisse. Una nomina che rappresenta un attestato di stima importante nei confronti di Ermotti, ma che comporta una responsabilità altrettanto grande.
Iniziamo da due prime pagine del Corriere del Ticino. La prima risale al 16 novembre 2011: “Ermotti resta al timone di UBS”. La seconda è del 30 marzo 2023 e dice: “Il secondo tempo di Emotti”. Partirei dal 2011. Qual era lo spirito di allora?
“Ricordo molto bene quei giorni. Eravamo a Singapore con il Consiglio di amministrazione e la Direzione Generale. Era appena stata scoperta questa malversazione, che era costata due miliardi alla banca, e durante le riunioni l’allora presidente della direzione generale diede le dimissioni. Mi ritrovai perciò, dopo una serie di riunioni, con Kaspar Villiger che mi convoca in una saletta del nostro ufficio di Singapore per chiedermi la disponibilità ad essere “ad interim” e da lì è nato un po’ tutto. Una situazione, anche in quel caso, drammatica, sicuramente non però da paragonare a quella di marzo 2023”.
Visto che stiamo facendo un parallelismo, qual è lo spirito attuale con cui ha preso in mano le redini di UBS?
“Uno spirito diverso: allora la questione era di prendere in mano una situazione, definire una nuova strategia, ristrutturare la banca post crisi finanziaria, in un contesto in cui sicuramente c’erano degli elementi abbastanza chiari per UBS, ma che facevano parte di un quadro globale che ha toccato tutto il settore. Questa situazione in cui sono stato chiamato ad agire, invece, era l’intervento in una condizione molto chiara creata da Credit Suisse. Allora le aspettative sul sottoscritto erano abbastanza basse, oggi credo che siano diverse. Il contesto è differente, ma sono molto contento che UBS sia stata chiamata a essere parte della soluzione; abbiamo anche chiuso un capitolo che era in sospeso, ripagando un po’ un debito morale nei confronti della Svizzera”.
Continuiamo con questa sorta di rassegna stampa: è uscita recentemente la notizia che UBS prepara la successione a Sergio Ermotti, che potrebbe lasciare dopo l’integrazione di Credit Suisse. Si è dato un termine?
“Sicuramente lascerò dopo l’integrazione di Credit Suisse, perché ho 63 anni e l’integrazione durerà almeno fino alla fine del 2026, perciò dopo questo processo non credo sia auspicabile e giusto pensare che io resti per molto tempo. Detto ciò, dovremo calibrare esattamente come farlo. Il problema della mia successione è stato uno dei primi punti che ho sollevato quando ho parlato con il presidente. Nei prossimi 2-3 anni il nostro obiettivo è creare una lista di potenziali candidati che verranno poi valutati per fare una scelta. È un processo che, fra l’altro, discutiamo ogni anno, perché le cose possono succedere anche in maniera più repentina”.
Lei ha definito il declino di Credit Suisse ‘lento e doloroso, con un finale drammatico’. Cosa risponde a chi da osservatore esterno si chiede come sia stato possibile arrivare fino a lì?
“Purtroppo è stata una concomitanza di fattori negativi. Sicuramente c’è stata una grossa responsabilità da parte del consiglio di amministrazione, degli amministratori, i quali negli anni hanno lasciato che si creasse una situazione che era chiara da tempo. Credo ci sia anche da fare una valutazione se altri portatori di interesse, le autorità regolamentari e via dicendo, non abbiano sottovalutato i segnali chiari che c’erano, perché quando hai una banca così grande che strutturalmente perde soldi e preannuncia di continuare a perderne negli anni a venire, o comunque di fare guadagni tutto sommato irrilevanti rispetto alle dimensioni, c’è qualcosa che non va. I mercati finanziari l’avevano già ben segnalato e c’è stata una sottovalutazione generale. Fattori esterni hanno poi fatto sì che la situazione sfuggisse di controllo. Quando hai un istituto così grande che perde e, inoltre, ha un problema reputazionale chiaro, non c’è capitale o liquidità che tenga: le banche lavorano sì sulla solidità finanziaria, ma soprattutto sulla fiducia. Se questa viene a mancare, le cose diventano molto difficili”.
Il 2 settembre il presidente del Centro Gerhard Pfister aveva detto al Tages Anzeiger: “Finché Sergio Ermotti è al timone non c’è bisogno di preoccuparsi di UBS. La Svizzera è ai piedi di Ermotti”. Come vive questa pressione?
“Sarebbe irresponsabile per me dire che questa è una passeggiata. In ogni sfida che ho dovuto cogliere nella mia carriera c’è sempre stato un attimo di paura. Questo ti tiene ancorato ai tuoi valori, ma serve anche a essere focalizzato sugli obiettivi da raggiungere. Credo di avere la tranquillità e la consapevolezza che la forza di UBS e del paese è stata dimostrata: si tratta di una base solidissima per portare avanti l’integrazione in maniera soddisfacente. Sono sicuro che alla fine di questo percorso questa situazione traumatica vissuta sarà qualcosa che farà parte dei 160-170 anni di storia delle due banche, un capitolo doloroso, sì, ma che farà da base per qualcosa di più sostenibile e di ancora più forte”.
A suo avviso il problema maggiore è avere un’unica grande banca o il modo in cui vengono gestiti i rischi?
“Avere una sola grande banca non è un problema. Averne due, se una poi di fatto è fragile e crea danni reputazionali, non era la soluzione. La realtà delle cose è che le dimensioni che abbiamo oggi sono importanti in relazione a certi indicatori economici in Svizzera, ma se raffrontiamo la qualità del bilancio di UBS oggi, aggiustando su dei rischi ponderati, siamo alla metà del PIL. Non c’è quindi un problema di capacità finanziaria o di solidità. Se guardiamo alla ricchezza della Svizzera come paese siamo tutto sommato ben messi; se ci confrontiamo alle grandi dimensioni internazionali, quella elvetica è una delle piazze finanziarie più importanti al mondo, e non può pensare di avere attori di media taglia per poter continuare ad essere concorrenziale. Ciò che è importante a livello svizzero è essere consapevoli che questa grande banca non è un fattore dominante dal punto di vista della concorrenzialità: nel nostro paese abbiamo circa 250 banche, abbiamo una buona concorrenza sia tra istituti elvetici sia internazionale, e a livello cantonale sappiamo benissimo quali sono le dinamiche. Tutto sommato non c’è da preoccuparsi”.

