Cerca e trova immobili
Ticino
"Auspico il riconoscimento dell'islam in Svizzera"
"Auspico il riconoscimento dell'islam in Svizzera"
"Auspico il riconoscimento dell'islam in Svizzera"
Redazione
10 anni fa
INTERVISTA all'imam di Lugano, che si distanza dalle posizioni estremiste e lancia un appello alla politica

L’operazione di Polizia della scorsa settimana alla moschea An’Nur di Winterthur ha riaperto il dibattito sul ruolo dell'islam in Svizzera. La fondatrice e presidente del Forum per un Islam progressista e vincitrice del Premio svizzero per i diritti umani 2016 Saïda Keller-Messahli aveva messo in guardia sulla presenza sul territorio nazionale di alcuni luoghi di culto legati all’islam radicale. Queste moschee sono spesso legate ad associazioni o fondazioni delle quali si sa poco o nulla, ma che predicano una visione estremista dell’islam.

Un estremismo che a Winterthur ha toccato anche gli stessi musulmani: l’imam etiope, attualmente in carcere preventivo, avrebbe infatti invitato ad “uccidere i fedeli che non prendono parte alla preghiera”.

Un fenomeno, quello dell’islam radicale, che sta sfuggendo al controllo? Lo abbiamo chiesto all’imam di Lugano Samir Jelassi Radouan.

A Winterthur sono stati addirittura i fedeli musulmani a finire nel mirino di un imam radicale. È un segno che l’estremismo sta sfuggendo a ogni controllo e logica?

“Per fortuna no. Nel mondo ci sono un miliardo e mezzo di musulmani e tra di essi ci sono delle isolati teste calde con delle opinioni radicali e questo e un fenomeno che esiste da per tutto nel mondo politico come nelle altre religioni. Ma la maggior parte del mondo musulmano non ha queste idee. L’islam è una religione basata sulla pace, chi prega deve trovare la pace interiore, l’armonia e la serenità con la preghiera. La preghiera non può e non deve essere un incitamento alla violenza. Il ruolo degli imam e degli educatori e quello di far capire che l’Islam è una religione di amore e di pace. Devono far comprendere gli aspetti positivi della preghiera. Una persona che legge il Corano trova questo”.

In Svizzera diverse inchieste hanno evidenziato dei legami tra alcune moschee e l’islam radicale. Come fa un fedele a capire quale moschea frequentare senza rischiare di finire coinvolto in un luogo che predica la violenza?

“È difficile. Ovviamente non bisogna generalizzare. Si tratta di casi isolati, la maggior parte delle moschee svizzere non propagano l’islam radicale. Preciso inoltre che i dati ufficiali pubblicati dalla Polizia non indicano questo fenomeno: dobbiamo quindi essere attenti e non diffondere informazioni che rischiano di creare la paura nei confronti delle moschee e dei musulmani in Svizzera".

Cosa rappresenta la moschea?

"I musulmani sono una componente della società. Il ruolo della moschea ha tre dimensioni: una spirituale e religiosa, una educativa e una sociale. Nella moschea si va per praticare un culto, per imparare le regole della pratica religiosa, ricordiamoci che storicamente era un luogo di scienza. È infine un luogo di incontro per i fedeli. Si incontra i propri fratelli, anche per un consiglio, un aiuto. È importante che i musulmani e i non musulmani conoscano questi aspetti per evitare che si propaghino certe idee. In questo modo si è più protetti anche contro le posizioni più estremiste”.

Cosa manca in Svizzera? Cosa si potrebbe migliorare?

“Come ho sempre detto il lavoro in questo ambito deve essere continuo e costante. È importante che ci sia un rapporto stretto con il Cantone, i Comuni e la popolazione. È un argomento delicato e trovo importante che se ne parli sempre, non solo dopo che succede qualcosa. Non vogliamo arrivare alla situazione che si è creata in Francia. Il ruolo delle autorità in questo senso deve essere più incisivo: occorre un lavoro preventivo per capire difficoltà e bisogni di tutti i musulmani senza escluderli. Noi siamo aperti al dialogo, organizziamo giornate di porte aperte. Se manca la collaborazione tra le parti c’è il rischio di creare delle realtà di marginalizzazione”.

Molte associazioni legate all’islam radicale sono nate quasi in sordina, in seguito a fenomeni di marginalizzazione. Parliamo ad esempio del Consiglio centrale islamico svizzero…

“Il Consiglio centrale islamico svizzero è nato in seguito all’entrata in vigore nel 2009 dell’iniziativa contro i minareti. Questa iniziativa è nata da un problema che non esisteva e ne ha creato uno molto più grosso e reale. Si è creata una percezione di marginalizzazione dell’islam e il Consiglio centrale islamico ha trovato terreno fertile. E ora è un problema, rappresenta e vuole un islam radicale. Ma sono fiducioso, se infrangeranno le leggi la Polizia farà il suo lavoro”.

Ci sono quindi delle responsabilità politiche?

“Certamente, è stata strumentalizzata la paura per raccogliere voti. La gente è andata a votare di pancia su un problema inesistente. Sarebbe giusto che qualcuno si assuma le proprie responsabilità. A noi dispiace che si sia danneggiata la pace sociale in questo modo, creando un clima di diffidenza e accentuando il fenomeno dell’islamofobia. Ripeto, per noi è importante la pace e l’armonia”.In questo clima tra strumentalizzazione politica e mediatica e chiusure di alcuni, noi - la grande maggioranza dei musulmani, ne soffriamo".

Le faccio un ultima domanda, il riconoscimento dell’islam da parte della Confederazione potrebbe essere una soluzione? In questo modo, i rapporti con le autorità sarebbero più stretti rendendo più facile controllare le moschee più radicali…

"Per me è l'unica soluzione che mette fine a diversi problemi. Difendo questa idea da più di 10 anni, durante i quali sono membro del forum islamico con la Confederazione. Questo passo porterà un beneficio comune per la nostra società e per i musulmani in Svizzera".

nic

© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata