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Ripartenze
Atteggiamenti verso gli ucraini in Svizzera: tra solidarietà e condizioni
©Chiara Zocchetti
©Chiara Zocchetti
Il tema della migrazione continua a dividere l’opinione pubblica svizzera, ma sotto la superficie delle differenze emergono spesso principi condivisi. Un piccolo sondaggio condotto in Ticino offre uno spaccato interessante sugli atteggiamenti nei confronti dei rifugiati provenienti dall’Ucraina, a oltre quattro anni dall’inizio della guerra.

Il ciclo «Ripartenze», dedicato ai rifugiati ucraini in Ticino, giunge al termine: un progetto che è stato anche parte di una mia piccola ricerca accademica. Il ciclo ha raccolto tre esperienze di rifugiati ucraini in Ticino: ognuno con la sua storia, il suo percorso di integrazione, di studio, di ricerca di lavoro e di elaborazione dei traumi. Dopo aver osservato il funzionamento del sistema di protezione sociale per i rifugiati ucraini e i risultati raggiunti, resta una domanda centrale: come viene percepita la situazione dei rifugiati ucraini dalla popolazione svizzera?

Prima dei dati, però, emerge una dimensione personale. Devo subito sottolineare che nutro grande gratitudine e affetto per il Ticino e i suoi abitanti. Sono stati proprio loro a offrirmi una possibilità di vita migliore, dopo che tutto ciò che avevo nel Donbass, dove vivevo, è stato distrutto dalla Russia. I miei primi sei mesi in Ticino li ho trascorsi presso una famiglia svizzera: sono stati loro a darmi una forte spinta nello studio della lingua e nell’integrazione, cosa che in seguito mi ha permesso di svolgere diversi stage, studiare, imparare rapidamente l’italiano e anche un po’ di dialetto. Da tre anni ormai sono inserito nel contesto locale e seguo attentamente ciò che accade qui.

Ho condotto un piccolo sondaggio, che ha coinvolto circa quaranta persone, di cui circa due terzi sono cittadini svizzeri, mentre i restanti risiedono in Ticino con altri tipi di permesso (escluso quello S). I partecipanti - uomini e donne (circa 50/50) - appartengono a diverse fasce d'età, con una predominanza delle categorie 40-65 anni e 18-25 anni. Pur non essendo rappresentativo, il campione restituisce alcune tendenze chiare e interessanti.

Contatto diretto con le vittime di guerra

La grande maggioranza degli intervistati ha avuto contatti diretti con rifugiati ucraini (82%), soprattutto in ambito lavorativo, scolastico o nella vita quotidiana. Tra questi, il 28% segue regolarmente il tema degli ucraini in Ticino, mentre la metà lo fa solo occasionalmente. Questi elementi si riflettono anche nell’atteggiamento generale, che risulta prevalentemente positivo (61%) o neutro (31%). Solo una minoranza (20%) segnala un peggioramento della propria percezione negli ultimi due anni. Comunque, il 69% ha indicato l’assenza di un cambiamento nell’atteggiamento.

Impatto sull'economia

Un terzo degli intervistati ritiene che la presenza dei rifugiati ucraini abbia un impatto negativo sull'economia. La maggior parte di queste risposte proviene da giovani tra i 18 e i 25 anni, che dichiarano di più anche un peggioramento del proprio atteggiamento verso i migranti ucraini. Questo gruppo ritiene inoltre che la loro presenza influisca sulla disponibilità dei posti di lavoro. Al contrario, le persone sopra i 40 e 65 anni affermano che gli ucraini hanno un impatto positivo sull’economia della Confederazione (circa un quinto del totale) e che incidono poco o nulla sul mercato del lavoro. «I rifugiati non sono qui per rubare nulla a noi e pensare questo denota ignoranza della definizione stessa del termine asilo politico. Sarebbe giusto che tutte le persone che si trovano in situazioni di pericolo tali da dover fuggire dal proprio paese per sopravvivere potessero avere le stesse agevolazioni date ai cittadini ucraini negli ultimi anni», scrive un partecipante che resta anonimo. Naturalmente, con l'aumentare dei rischi di instabilità economica, aumentano anche le preoccupazioni.

L'accoglienza

Circa la metà dei partecipanti concorda sul fatto che la Svizzera debba continuare ad accogliere gli ucraini bisognosi di aiuto, mentre una minoranza (12%) è contraria. Tra i favorevoli prevale nuovamente la fascia 40-65 anni. È interessante notare che proprio tra gli over 40 si registra il maggior numero di risposte aperte, mentre i giovani e coloro che esprimono posizioni critiche nei confronti dei migranti ucraini tendono a non lasciare commenti scritti.

Chi viene aiutato di più?

Più della metà degli intervistati ritiene giustificato l’aiuto statale ai rifugiati, mentre un quarto non è d’accordo con le misure attuali. La metà è convinta che agli ucraini venga fornita un’assistenza migliore rispetto ad altri gruppi. Alcune risposte aperte indicano che una parte della popolazione locale si sente trattata ingiustamente a causa del grande sostegno ricevuto dagli ucraini. Un terzo dei partecipanti ha comunque offerto aiuto ai rifugiati ucraini, soprattutto donne.

70 mila persone con la protezione «S»

Il 40% ritiene che il numero di rifugiati debba essere limitato, il 33% è contrario e circa un quarto è indeciso. La grande maggioranza (68%) vede gli ucraini integrati come una futura parte della società. Il 13% che non è d’accordo appartiene principalmente alle generazioni più giovani.

Integrazione

La metà degli intervistati valuta il livello attuale di integrazione come «medio» e individua nel lavoro e nella conoscenza della lingua i fattori decisivi per un inserimento riuscito. «La Svizzera è una popolazione di anziani e ha bisogno di giovani», ha scritto uno dei partecipanti.

Tra critiche e misure più severe

Nei media emerge spesso il tema delle critiche ai rifugiati ucraini in Svizzera: la maggioranza degli intervistati indica i costi per lo Stato e una presunta ingiustizia rispetto ad altri gruppi come principali fonti di queste critiche. Tuttavia, solo un quinto condivide pienamente queste preoccupazioni, mentre un terzo lo fa «in parte». Le opinioni della maggioranza si basano sull’esperienza personale - come abbiamo visto in precedenza, spesso positiva.

Quando finisce la guerra

Il 10% e il 20% degli intervistati si dichiarano rispettivamente «d’accordo» e «parzialmente d’accordo» con l’adozione di misure più severe, come il rimpatrio nonostante la guerra; il 48% è invece contrario, soprattutto tra le fasce più adulte. «Ritengo importante accogliere chi, in questo caso, scappa da un conflitto», scrive un intervistato. «Bisogna dar loro tutti i mezzi necessari per avere una vita dignitosa e, dove possibile, migliorare le loro condizioni, così che, una volta finita la guerra, se decideranno di tornare in Ucraina, potranno giocare il proprio ruolo nella ricostruzione del Paese, che va oltre l’edificazione delle strutture, ma tocca anche ambiti professionali e vede nelle persone e nelle loro competenze un ‘motore’ per la ripartenza».

Dare l'esempio agli altri

Nel complesso emerge un’immagine della Svizzera come Paese che ha saputo rispondere rapidamente alla crisi umanitaria, garantendo protezione, alloggio e uno status legale. Le parole che ricorrono più spesso nelle risposte sono «accoglienza», «sostegno» e «sicurezza». Molti evidenziano che ai rifugiati è stata offerta non solo protezione, ma anche la possibilità di iniziare una nuova vita.

Tuttavia, dietro questo sostegno emerge una crescente richiesta di efficienza. La critica più frequente riguarda l’integrazione, soprattutto l’accesso al lavoro. Nonostante la frequente presenza di risposte aperte a sostegno dei rifugiati, secondo i partecipanti, gli ucraini dovrebbero inserirsi più rapidamente nel mercato del lavoro e diventare autonomi. Il sostegno viene quindi percepito non come incondizionato, ma come un processo reciproco.

Un altro tema sensibile riguarda le differenze nel trattamento tra diversi gruppi di rifugiati. Alcuni intervistati indicano chiaramente una disparità: secondo loro, gli ucraini ricevono più aiuti rispetto ad altri. Ma uno degli intervistati anonimi ha commentato: «L’integrazione dei rifugiati ucraini può risultare più semplice di quella di rifugiati provenienti da altre regioni del mondo a causa di stereotipi e di una relativa vicinanza culturale».

Un approccio pragmatico

Le opinioni che emergono sono diverse, ma spesso accomunate da alcune caratteristiche, come l’età o l’esperienza personale. Da questo piccolo sondaggio, che non pretende di essere rappresentativo, emergono preferenze per approcci pragmatici più che radicali. Per ora non possiamo constatare una «polarizzazione» sulla questione, ma piuttosto un «sostegno condizionale», basato sull’esperienza personale.