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Ticino
Attacco a Lugano: “Poteva andare molto peggio”
Foto Rescue Media
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Redazione
6 anni fa
Secondo il consulente Sergio Bianchi la facilità di accesso alle armi in Svizzera e la leggerezza dei dispositivi di sicurezza avrebbero potuto provocare una strage

Ha fatto discutere, a livello internazionale, l’attacco al coltello portato ieri da una 28enne svizzera alla Manor di Lugano, per la quale sono poi emersi legami con il radicalismo islamico. A colpire particolarmente è il fatto che l'attacco sia avvenuto in città, in pieno centro in pieno pomeriggio. È normale ed inevitabile che un fatto simile possa succedere oppure nel dispositivo di sicurezza ci sono state delle falle? Radio3i ne ha parlato con Sergio Bianchi, arabista, esperto di prevenzione anti-radicalizzazione e consulente delle forze di polizia europee: “Il dispositivo non ha funzionato”, sostiene Bianchi, “la ragazza era presente in un database per fatti pregressi risalenti al 2017. Per cui qualche servizio, da quelli sociali a quelli di sicurezza o di intelligenze avrebbero dovuto tenere un monitoraggio più intenso. Tuttavia rimane un atto chiaramente preterintenzionale, con un alto grado di volatilità, e questo sicuramente non ha favorito i dispositivi di prevenzione”.

“Molta leggerezza nel monitoraggio”
Come si possono prevenire episodi isolati di questo genere? “Tutte le persone stanno dentro delle reti, che siano reti sociali o di sicurezza. L’importante è che ci sia una presa in carico da parte dei servizi. Invece c’è stata quest’indagine che ha fatto emergere questo nome e questa situazione in un contesto più generale, senza addebiti penali specifici. La radicalizzazione, come altri fenomeni ideologici, non sono un reato, ma sono un indicatore di rischio per cui la persona sarebbe dovuta essere monitorata: questo è avvenuto con molta leggerezza”.

“Sarebbe potuta andare molto peggio”
La volatilità dell’atto, per Bianchi, nel contesto svizzero desta particolari preoccupazioni: “Devo dire inoltre che l’elemento preterintenzionale che è quello che da un lato rende meno efficace l’atto, è anche l’elemento più preoccupante, perché naturalmente l’assenza di un monitoraggio e di una strategia, di un progetto di questa persona, ha fatto sì che nel contesto svizzero, dove è relativamente facile avere accesso alle armi, la portata dell’atto e del dramma avrebbe potuto essere molto, molto più seria”.

Rischio di emulazione, ma ci sono risposte
C’è un rischio di emulazione, secondo lei? “Il fenomeno dell’emulazione è pericolosissimo. Persone con malattie mentali, che vivono un disagio o emarginazione sociale possono assumere identità nuove e commettere soprattutto atti con strumenti (auto, coltelli, ecc.) che sono difficilmente prevedibili. Il rischio quindi in una società così globalizzata e collegata tramite internet è presente. Però esistono anche delle risposte che devono essere adottate. Il Ticino ha dimostrato di avere un buon controllo del territorio tramite le forze di polizia, occorre una maggior integrazione dei servizi, tra società civile, forze di polizia e intelligence“.

“In Ticino mancano alcuni strumenti”
“Qui mancano alcuni strumenti”, conclude Bianchi, “dalla capacità di fare Osint (intelligence sulle fonti aperte, ovvero controllare le fonti accessibili al pubblico come social media, web, eccetera, ndr) all’analisi comportamentale. Dato che la nostra società è sempre più sul web, non avere strumenti Osint articolati come per esempio nel caso della polizia postale italiana, non avere buone prassi e una forza integrazione con i servizi territoriali rappresenta obiettivamente un rischio”.

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