
“Spero di non essere troppo oltraggioso”. Mentre parla Samuele Gabai alza un quadro da terra e lo appende alla parete: “È una piccola maestà con un predellino povero, di legno di castagno”.
Filmiamo la scena dall’alto. Con quella barba Gabai mi ricorda Fidel Castro o Padre Pio. Il diavolo e l’acqua santa. Ma in fondo anche la sua pittura è il tentativo di conciliare sulla tela due spinte opposte: “la mia è una pittura che viene dall’informale ma non è mai stata solamente informale. Io credo di aver sempre avuto una sorta di racconto, che non è l’atteggiamento tipico dell’informale”.
Parte da questa dichiarazione di poetica il quarto ritratto che TeleTicino dedica a una serie di artisti ticinesi. Questa sera alle 21.45 sarà la volta di Samuele Gabai, classe 1949, incontrato nel suo atelier di Vacallo. “Tornando a casa la sera o scendendo la mattina presto da Campora, ad un certo punto si vede la catena del Rosa e certe volte in giornate nitide è lì da toccare, ma sono cose che non si possono narrare, bisogna vederle”.
È inevitabile: quando si parla di Gabai si parla anche di Campora - dove l'artista vive dalla metà degli anni '70 - e della natura, punto di partenza per la sua ricerca espressiva. Semplice considerazione cui fa seguito un'altra, decisamente meno ovvia: con Gabai la natura diventa per lo spettatore punto d'arrivo. Ed è qui che si manifesta la grandezza della sua pittura che induce a guardare con occhi nuovi, dentro e fuori la tela.
Per riconoscere, oltre la bellezza trattenuta dalle macchie di colore, un valore, una presenza oltre il noto e il familiare. In questo personalissimo equilibrio tra il figurativo e l'astratto si gioca l'arte di Gabai. Un equilibrio che gli permette di superare l'ossimoro delle forme amorfe, offrendosi a chi guarda come opera aperta, visione di mondi possibili. “Per il resto è la pittura che lo deve dire: se c'è c'è. Se piace piace”.
Sorride Gabai mentre mette un punto finale alla discussione. Quanto alla barba (a metà strada tra Fidel Castro e Padre Pio!) ad un certo punto – prima di iniziare l'intervista – Gabai mi dice: “Se oggi porto ancora la barba devo ringraziare quel tizio che da giovane, ogni volta che incontravo, mi diceva di tagliarla”. È proprio vero Signor Gabai: “Ta ghe propri na bela crapa”.
Francesco Pellegrinelli
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