
“Cosa vuole che le dica”. La frase torna più volte, sussurrata con delicatezza qui e là, durante l'intervista, a conclusione di un discorso che fatica ad attecchire. Ma come biasimarlo. Se non fosse così il suo lavoro non avrebbe senso e la sua ricerca sarebbe vana. “Tutto nasce da un'esigenza espressiva profonda, altrimenti si lavora a vuoto”. Frase emblematica che apre il terzo ritratto che TeleTicino dedica a una serie di artisti ticinesi. Questa sera alle 21 e 45 sarà la volta di Massimo Cavalli, classe 1930, incontrato nel suo atelier di Massagno.
“Una bella casa d'inizio '900”, mi dice al telefono quando fissiamo l'intervista. Quando arrivo, ad attendermi alla porta c'è un signore distinto, pantaloni di velluto grigio e camicia verde, come gli occhi. Mi dice d'entrare e mi porta nel suo atelier, al secondo piano. Il sole è basso. Dalla finestra entra un raggio di sole giallo che illumina – sospesa - una manciata di granelli di polvere che turbina e cade nel vuoto. Sulla scrivania c'è una copia del De rerum natura di Lucrezio. Accanto, un cavalletto contenente un centinaio di stampe, per lo più raffiguranti il tema del canneto, esili figure verticali composte da linee, graffi e solchi. Un tema ripetuto all'infinito. Un'ossessione che ogni volta, però, incanta. Incanta la delicatezza del segno, la sapienza compositiva che risolve il groviglio delle linee in armonia.
“Sto preparando il catalogo generale dell'opera grafica”, mi dice. “Se tutto va bene, sarà pronto per la fine del 2014”. Un lavoro immane che ripercorre sessant'anni di produzione grafica. In tutto 772 incisioni che testimoniano la coerenza di un percorso artistico maturato lontano dalle mode. La discussione prosegue e racconta gli anni della formazione a Brera. Poi, sempre a Milano, la consacrazione come pittore nelle gallerie che contano, Il Milione e la galleria Annunciata, fino alla retrospettiva del 2006 al Museo Cantonale d'Arte di Lugano. Tanta letteratura critica, ma poche interviste televisive. L'ultima risale agli inizi degli anni '80. E pensare che qualche giorno prima del nostro incontro Massimo Cavalli aveva deciso di rinunciare. Ho dovuto insistere dicendogli che a parlare saranno le sue opere. Le sue opere ma anche la sua dedizione a quello che difende e descrive - con ostinazione - come una necessità: l'espressione. Per il resto, Signor Cavalli, che cosa vuole che le dica.
fp
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