
Le assenze dal lavoro per motivi di salute sono in aumento in Svizzera. In base ai dati MonAm (Sistema di monitoraggio svizzero delle Dipendenze e delle Malattie non trasmissibili) i giorni di malattia sono passati da 6,2 all'anno nel 2010 a 8,2 nel 2025. Il tema è stato rilanciato dalla consigliera nazionale Diana Gutjahr (UDC), che chiede nuove misure per contrastare un fenomeno che comporterebbe una perdita di circa 70 miliardi di franchi per l’economia svizzera.
Certificati «compiacenti» nel mirino
Al centro della discussione ci sono i cosiddetti certificati medici «compiacenti». «Sono osservazioni che mi stupiscono e, in fin dei conti, mi irritano un po’», commenta il vicepresidente dell'Ordine dei medici cantonale Nello Broggini. «Partono infatti dal presupposto che esistano certificati medici rilasciati per compiacenza, senza una reale necessità o un’adeguata valutazione della situazione».
Gli imprenditori: servono più informazioni
Più mitigata la posizione degli imprenditori ticinesi. In assenza di dati precisi, viene osservato, la realtà potrebbe collocarsi a metà strada tra i 70 miliardi di franchi di costi indicati a livello nazionale e la completa assenza di compiacenza nei certificati medici. La strada da seguire, secondo il direttore di AITI Stefano Modenini, passa soprattutto da una maggiore comunicazione tra medici e datori di lavoro. «Il primo passo da fare, in parte già avviato, è quello di scambiarsi informazioni dettagliate. Se, per esempio, una persona lavora al computer, alla scrivania, e si rompe un piede, può effettivamente continuare a lavorare. È quindi importante che il medico conosca nel dettaglio la funzione svolta dalla persona malata o infortunata». Un altro aspetto riguarda la durata delle assenze. «Anche in questo caso il medico deve valutare attentamente e ponderare la lunghezza del periodo di astensione dal lavoro», aggiunge.
Il nodo della valutazione medica
Sul fronte dei medici viene invece sottolineata la difficoltà di elaborare certificati pienamente oggettivi. Il mondo del lavoro è cambiato, così come le fragilità sociali e i rapporti tra lavoratori e aziende, diventati in molti casi più impersonali. Per questo, secondo i professionisti, occorre puntare sul dialogo, sempre nel rispetto della riservatezza del paziente. «Se il datore di lavoro non sa se il suo dipendente può lavorare, mi chiami», spiega ancora Broggini. «Gli spiegherò, senza ledere la riservatezza, qual è la situazione e cercheremo un accordo. Cercherò di spiegare al datore di lavoro che cosa il suo dipendente può fare in quel momento; a sua volta, il datore potrà indicarmi quali possibilità o mansioni può offrire alla persona e in quale percentuale».
Assenze proporzionate alla mansione
Una strada sulla quale concorda anche Modenini, che richiama però l’attenzione sulla necessità di certificati proporzionati. «Le assenze devono essere realmente giustificate e proporzionate non solo alla malattia o all’infortunio riscontrato, ma anche alla funzione che la persona ricopre all’interno dell’azienda».

