
Si è aperto stamane alle 9.30 a Bellinzona, in un aula stipata di persone, il processo per il terribile omicidio di Daro del primo di luglio dello scorso anno. Sul banco degli imputati, oltre la madre del giovane serbo, Mitra Djordjevic, siede anche l’uomo che al minore aveva venduto l’ascia, sapendo che quell’arma serviva per uccidere. Per lui l’ipotesi di reato è la più pesante. Assassinio. Decisamente più lieve l’accusa del terzo imputato, quello che nella notte di quel 7 luglio aveva chiamato la polizia: per lui solo favoreggiamento. Ma nonostante i coimputati, la protagonista del dibattimento, lo si capisce subito, è lei. Lei che secondo la procuratrice pubblica Marisa Alfier avrebbe fatto leva sull’affetto del figlio. Gli avrebbe raccontato di quel marito che la picchiava, che le rendeva la vita impossibile. “Lo voglio morto” gli ha confessato alla fine, ”trova un modo per farlo”.
Non abbassa lo sguardo, risponde sicura alle domande del giudice, nonostante l’italiano stentato. Racconta dei tre mariti avuti prima di Garatti e nega con fermezza di averlo sposato solo per interesse. Sembra avere una giustificazione per tutto: a partire da quel viaggio in Serbia proprio ai primi di luglio. “Ero là per dei documenti per mio figlio”. Secondo l’accusa, invece, si stava semplicemente procurando un alibi. Lei nega, spiega, difende il figlio e alla fine si indigna e, in una vicenda dai contorni decisamente sfumati, rimane la figura più indefinita. “Un giorno o l’altro” l’ha interrotta Zali “dovrà smettere di considerare suo figlio un bravo ragazzo. Suo figlio ha scannato un uomo”. Lo stesso figlio che domani guarderà negli occhi per la prima volta dopo tanti mesi. Il giovane forse vittima, carnefice di sicuro, domani sarà in aula a testimoniare.
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

