
“Non mandate via il nostro Arlind”. C’era indignazione nelle voci di chi oggi a Bellinzona è sceso in strada per dire no all’espulsione dalla Svizzera entro il 15 dicembre del 17enne di origini kosovare. Oltre un centinaio le persone che hanno intonato cori a sostegno del ragazzo. Tra conoscenti, amici, compagni di calcio, ma anche chi non lo conosceva, capeggiava lo striscione "Arlind uno di noi". Commosso il ragazzo che in lacrime ha rivolto un "grazie di cuore" a tutte le persone che sono giunte in suo aiuto.
Nato a Locarno da genitori kosovari, Arlind Lokaj ha trascorso i suoi primi quattro anni di vita in Ticino. Poi il padre decide di tornare in Kosovo e abbandonare la moglie, portando il figlio con sé. Nel 2010 Arlind va a Giubiasco per conoscere la madre e il padre gli comunica che non vuole più occuparsi di lui. Il ragazzo dunque rimane in Ticino e si inserisce molto bene nella nuova realtà.
Poi lo choc del rimpatrio. Una decisione imposta dall'Ufficio cantonale dei permessi e dell'immigrazione che, da subito, aveva definito tardiva la richiesta di ricongiungimento familiare, senza inoltre mai trovare dei validi motivi per impedire al giovane di fare rientro al suo paese d'origine. Delle basi legali che, purtroppo, cozzano con le ragioni del cuore.
Moltissime le persone che già negli scorsi giorni avevano espresso la propria solidarietà ad Alrind. Amici, compagni di calcio, conoscenti, ma anche chi che, pur non conoscendolo di persona, si è indignato per il decreto d’espulsione ritenuto assurdo e disumano.
Un parere condiviso pure dal deputato socialista Francesco Cavalli che, toccato dalla storia di Arlind ma non solo, interroga il Governo in merito alle modalità con cui la Sezione della Popolazione affronta simili casi. E così, il grido di speranza per Arlind riecheggia anche per ogni persona che, sebbene integrata, si vede costretta a lasciare il nostro paese. "A volte, afferma Francesco Cavalli, raggiunto al telefono, a prevalere, invece che la burocrazia, dovrebbero essere i principi umanitari".
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