
Il giorno della notizia tutti hanno pensato all’amico di Milano e questo riflesso pavloviano è rimasto impresso in una parte dell’opinione pubblica. Ma un conto sono i riflessi e un conto sono le inchieste. Al Ministero Pubblico si può certo rimproverare un errore di comunicazione per aver omesso il legame tra la 52enne, ritrovata morta nel lago a Melide, e l’audio che ha provocato le dimissioni del ministro Zali. Questa topica ha alimentato l’ondata di sospetto e di sfiducia contro le istituzioni politiche e giudiziarie. La scritta forcaiola apparsa su Palazzo delle Orsoline ne è l’emblema. Tuttavia, occorre mantenere la calma. Al momento non emergono elementi razionali tali da giustificare questo discredito. Al nostro malandato Consiglio di Stato, almeno stavolta, non si può rimproverare il silenzio. Su quali fatti dovrebbe esprimersi? Per fortuna viviamo in un Paese in cui il Governo è all’oscuro delle inchieste fintanto che non sono concluse. La stampa fa il suo mestiere: cerca notizie, pone domande, vigila. La ricerca della verità è un compito che investe anche i media. D’altro canto un’attività investigativa necessita del segreto istruttorio e di riscontri tecnici che si scontrano con l’urgenza della cronaca. Serve tempo per trovare risposte. C’è poi chi ha avanzato l’idea di assegnare il caso a un procuratore straordinario. Se pensiamo che il Ministero Pubblico non sia in grado di condurre con rigore e indipendenza un’inchiesta su una morte sospetta, allora tanto vale chiuderlo. Davvero qualcuno crede che il PG Pagani, insieme agli altri procuratori operativi sull’indagine, possano chiudere un occhio per coprire chicchessia? A noi pare fantascienza. Un minimo di cultura democratica dovrebbe suggerire a tutti di fare un bel respiro. Lasciamo che i magistrati svolgano gli accertamenti e poi informino il Paese. Ci sarà tempo per porre le domande e formulare eventuali critiche e contestazioni. Senza sconti per nessuno ma neppure a sentimento. Il sospetto popolare non può tradursi in una battuta di pesca a strascico. Diceva Giovanni Falcone: «La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, ma del khomeinismo».

