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Svizzera-Ue
Anche la Svizzera si riarma, ha senso farlo da sola?
Redazione
un anno fa
L’Unione Europea si accorda sul piano da 800 miliardi per rafforzare la propria difesa. Non da meno la Svizzera che, dopo aver aumentato all’1% del PIL le risorse per l’esercito, ieri ha adottato una risoluzione del Nazionale per incrementare la cooperazione con l’Europa sulla sicurezza. Ma cosa significa concretamente? E poi: la Svizzera può davvero difendersi da sola? A Ticinonews ne abbiamo parlato con i consiglieri nazionali Alex Farinelli (PLR) e Paolo Pamini (UDC).

I 27 capi di stato e di governo dell'Unione hanno dato luce verde al piano da 800 miliardi sulla difesa proposto dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. “L'Europa affronta un pericolo chiaro: dobbiamo essere in grado di proteggerci”, ha scandito la tedesca accanto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. E il senso del summit era proprio riaffermare il sostegno del Vecchio Mondo alla causa ucraina e riprendere il cammino verso una pace giusta, evitando se possibile la capitolazione. Se per la difesa comune i leader si sono trovati d’accordo, le conclusioni dedicate all'Ucraina hanno trovato il blocco della sempre più isolata Ungheria di Viktor Orban, che non ha approvato il testo finale come invece fatto dai 26 stati membri. Nel documento in questione si riafferma la necessità di garantire l'integrità territoriale dell'Ucraina e vengono confermati cinque "principi" su cui gli europei si riconoscono per arrivare alla pace giusta. Non è invece finita sotto la lente dei leader la proposta Emmanuel  Macron  di aprire un dibattito sulla condivisione dello scudo atomico francese che tanto ha fatto discutere nei giorni scorsi. E in questo quadro di riarmo europeo, anche la Svizzera sta correndo ai ripari. Da un lato il Parlamento, è noto, ha deciso di aumentare all’1% del PIL le risorse da destinare alla difesa. Questo mentre il Consiglio nazionale ha adottato una dichiarazione che invita il Consiglio federale ad aumentare la cooperazione con l’Europa in materia di sicurezza. Una dichiarazione che pone diverse domande e che ha diviso il Parlamento, con l'UDC unico contrario. Ne abbiamo parlato con i consiglieri nazionali Alex Farinelli (PLR) e Paolo Pamini (UDC).

Qual è il significato di questa dichiarazione? Ma soprattutto, a cosa serve?
Per Farinelli “di fatto non serve a molto. Il problema era che rifiutare questa dichiarazione sarebbe stato un segnale sbagliato, perché è chiaro che a livello di sicurezza bisogna cooperare con i nostri vicini, quindi fondamentalmente la dichiarazione non dà nulla in più, ma potenzialmente il fatto di rifiutarla avrebbe potuto dare un segnale sbagliato ai nostri vicini”. Per Pamini si tratta di uno strumento parlamentare “che va relativizzato. Serve a comunicare degli intenti alla popolazione e non è per nulla vincolante. Inoltre serve a misurare un po' il polso del Parlamento. Purtroppo, e lo dico da democentrista, abbiamo visto che la maggioranza del Parlamento ha sostenuto questa dichiarazione, quindi tende ad auspicare un avvicinamento della Svizzera ai sistemi di difesa europei. Però da qui non discende nessuna implicazione concreta immediata”.

L’Europa vuole investire 800 miliardi per riarmarsi. E armarsi significa spendere. Ma la Svizzera ha le risorse economiche per farlo da sola? Ma soprattutto, servirebbe essere maggiormente integrati da un profilo finanziario con l’Ue o è fantapolitica?
“È fantapolitica”, sostiene Farinelli, “anche perché in realtà 650 degli 800 miliardi sono garantiti dagli Stati per i loro investimenti. Semplicemente l'UE ha detto che questi soldi non verranno conteggiati ai fini dei vincoli di bilancio che si è dati all'UE stessa. Poi ce ne sono invece 150 che verrebbero garantiti dalla Commissione, quindi dall'UE stessa, ma noi non ne facciamo parte e quindi è impossibile per noi entrare in un ragionamento in cui non si possa accedere a questi soldi”. Dal canto suo, il deputato democentrista ha spiegato che il fatto che la Svizzera abbia o meno le risorse “è oggetto di discussione proprio in questi mesi e anni, con il piano di riarmo dell'esercito svizzero, e bisogna fare in modo di trovare questi soldi in casa, per noi. Non credo per nulla che la soluzione possa arrivare sperando che arrivino mezzi dall'Europa, per il semplice fatto che noi siamo dei finanziatori netti nel sistema europeo, pensate solo ai vari miliardi di coesioni che ci vengono chiesti. Quindi non pensiamo di andare poi a prendere i soldi degli altri, quando gli altri questi soldi già non ce li hanno.

La Svizzera oggi è ancora il famoso “buco nella ciambella” della sicurezza europea e occidentale?
“Non è il buco nella ciambella”, risponde Farinelli, proseguendo spiegando che “noi siamo all'interno del continente europeo e già oggi collaboriamo con i nostri vicini. Ad esempio per i compiti di polizia aerea. È chiaro che in un futuro di un’architettura di sicurezza europea più integrata anche la Svizzera dovrà valutare come avere delle cooperazioni con le nazioni che ci circondano nell'interesse della sicurezza del nostro paese”. Pamini, però, la pensa diversamente. "Anche se non possiamo prescindere dal fatto che la Svizzera è territorialmente in mezzo all’Europa, da questo discende anche il fatto che dobbiamo, per motivi tecnologici, avere comunque dei sistemi militari in qualche modo compatibili con quelli dei sistemi dei paesi a noi circostanti. Ma non perché vogliamo combattere con loro, bensì perché se i nostri aerei sorvolano lo spazio aereo europeo devono essere riconosciuti come amici o neutri, e non essere subito abbattuti. Però noi rischiamo di diventare un altro buco in una ciambella se abbandoniamo la neutralità. A quel punto la Svizzera non avrebbe più davvero nessun senso da un punto da un punto di vista geopolitico e mondiale. Il nostro contributo alla pace nel mondo è quello di essere il paese neutrale, che non si sbilancia da nessuna parte a livello istituzionale. Poi i cittadini possono avere le proprie opinioni ed è grazie a quello che noi abbiamo sempre potuto ospitare le agenzie internazionali e avere sul nostro territorio dei tavoli di pace. Cosa che proprio nel conflitto ucraino non è più stato il caso, e chiediamoci il perché”.

In Europa di parla di ristrutturare l’architettura di sicurezza. In quest’ottica, potrebbe avere senso per la Svizzera rivedere la propria architettura in modo più integrato con l’Ue?
“La Svizzera deve valutare costantemente la situazione attorno a sé, come questa evolve e, soprattutto, quali sono le misure migliori per garantire la sicurezza della propria popolazione”, risponde Farinelli. “Ed è chiaro che se domani l'Europa dovesse avere un'architettura nuova, anche noi dovremmo cercare di capire in quale modo questa può essere integrata con il nostro sistema per garantire la sicurezza per la popolazione svizzera”. Dal canto suo Pamini sostiene che l'architettura di sicurezza svizzera “va in ogni caso rivista, perché va adeguata con il cambio dei tempi. Basti pensare a quanto i droni hanno cambiato tutta la tattica militare: già solo per quello dobbiamo continuamente aggiornare i nostri approcci. Ma dobbiamo integrarli con l'Europa? Assolutamente no, proprio per il motivo della neutralità. Anche l'Europa potrebbe diventare un Paese aggressore nei confronti della Svizzera, ma non lo sappiamo. A quel punto dovremmo integrarci anche con gli USA e con la Russia se volessimo rimanere coerenti. Quindi, la vera soluzione è scegliere una via in casa propria, pur tenendo conto della vicinanza fisica con i Paesi europei, che causa determinate scelte di standard tecnologici. Quindi è più probabile che avremo degli aerei da combattimento con gli standard NATO, piuttosto che dei MIG, ma non per scelta di campo, bensì per scelta tecnologica e di vicinanza geografica”. Ma per il liberale radicale la neutralità non significa “che non si possa cooperare con chi sta intorno a noi, per garantire la nostra sicurezza. La neutralità vuol dire che noi non prendiamo parte ad un conflitto armato ed è quello che abbiamo fatto negli ultimi anni, e che faremo anche in futuro. Semplicemente se ci dovesse essere un'architettura diversa a livello europeo, dovremmo capire come noi ci dobbiamo interfacciare con questa architettura, nel sono ed esclusivo interesse della protezione della popolazione svizzera”, ha concluso Farinelli.