
Altri tre arresti per il delitto di via Daro a Bellinzona. Li ha ordinati ieri la procuratrice pubblica Marisa Alfier. In carcere sono finite persone coinvolte a vario titolo nell’omicidio del 46enne Arno Garatti. L’uomo è stato ucciso a inizio luglio da un diciassettenne serbo, figlio della donna che aveva sposato l’autunno scorso. In quei giorni il giovane era rimasto a Bellinzona con il patrigno, mentre la madre era andata in Serbia. Tra i due il rapporto era difficile. Più odio che amore. E litigi e rancori sono sfociati in tragedia. Una sera il ragazzo ha attirano Garatti in bagno con una scusa: mi è caduto un orecchino nello scarico della vasca da bagno, ha detto. E quando l’uomo si è chinato per cercarlo lui l’ha colpito alla nuca con il manico di una scure, o di un machete. Poi, l’ha ucciso colpendolo alla gola con un coltello da cucina.Nei giorni successivi ha cercato un sistema per sbarazzarsi del cadavere. Gli arresti scattati ieri, uno solo dei quali è stato per ora confermato dal giudice per i provvedimenti coercitivi, sono da ricondurre al giro di persone che il diciassettenne ha frequentato in quei giorni, prima e dopo il delitto.Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire esattamente il ruolo e le responsabilità dei tre. I reati ipotizzati potrebbero spaziare tra la complicità e il favoreggiamento. Il diciassettenne ha acquistato la scure (o il machete) in un negozio dell’usato. Già in quell’occasione aveva detto di volerla utilizzare per uccidere il patrigno. Affermazioni che non sono state prese sul serio. Come non sarebbe stato preso sul serio – almeno inizialmente - il racconto del delitto, confidato a un altro uomo che abita a Bellinzona. L’uomo a cui il giovane avrebbe chiesto aiuto per sbarazzarsi del corpo. E proprio qui sta il punto: capire se ha potuto sezionare da solo il cadavere di Garatti con l’intenzione di trasportarlo fuori dall’appartamento, o se è stato, com’è più probabile, aiutato da qualcuno. Parte del corpo era avvolto in un tappeto; il resto era nascosto in una valigia. Poi, la sera di mercoledì 6 luglio, l’uomo a cui il ragazzo aveva chiesto aiuto, resosi conto che il delitto c’era stato davvero e non era una semplice fantasia – così ha dichiarato -, ha chiamato la polizia, che ha arrestato il 17enne. Ma in tutta questa storia di sangue ci sono troppe cose che non tornano. I racconti del ragazzo, le versioni poco convincenti, i tanti giorni trascorsi prima della telefonata alla polizia. Poi, forse, ci sono anche tracce, dettagli scientifici che hanno fatto scattare i tre arresti di ieri. emmebi
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