
Una cella madre-bambino, pensata per le detenute e nell’interesse dei loro figli fino ai tre anni: segno di una criminalità che cambia, e con lei le strutture della giustizia. A fronte di una rappresentazione femminile tornata a crescere negli ultimi anni, la Stampa è stata dotata di una nuova sezione ad hoc. In totale saranno 11 le celle riservate alle detenute donne, con nuovi spazi comuni, una lavanderia e una cucina condivisa. Ma non solo. In linea con gli studi e le convenzioni ONU, essendo le detenute generalmente meno predisposte a reagire con la violenza, nella sezione si adotterà il principio innovativo della «sicurezza dinamica». «La persona stessa diventa protagonista della struttura e della propria giornata. Non è più quindi ciò che si ricorda di un'istituzione totale, dove ogni minuto è scandito dall'autorità, ma dove la persona stessa può decidere, influenzare la struttura del proprio ordine del giorno». Al di là dei momenti comandati - lavoro e formazione - «può decidere quando fare il bucato, quando e se cucinare con le colleghe, quando e se recarsi presso il passeggio», spiega il direttore delle strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini. A giocare un ruolo importante, a lato degli agenti di sicurezza, le educatrici.
L'interazione con i detenuti uomini
Quello della sezione femminile, però, è in realtà un ritorno. Già presente nel carcere inaugurato nel 1968, di fronte a un netto calo della criminalità femminile, era stata dismessa nel 2007. Ora la reintroduzione, con un’attenzione particolare per la risocializzazione e il reinserimento professionale. Il che solleva anche il tema delle interazioni con i detenuti uomini. «Da una parte si vuole che le detenute di sesso femminile possano interagire con i detenuti di sesso maschile. Questo perché la risocializzazione non è unisex; una persona che passa 10 anni in carcere potrebbe disimparare a relazionarsi con l'altro sesso, quindi è meglio che lo faccia in un ambiente rigorosamente controllato». E questo «anche per evitare molestie e prevaricazioni. Lo spazio abitativo, comune, viene svolto in un luogo separato, mentre alcuni momenti formativi o professionali vengono svolti assieme, con la supervisione di personale dedicato», prosegue Laffranchini.
La questione affollamento nel Paese
È anche proprio per facilitare le attività professionali che si è riportato il carcere femminile in Ticino. Ma pure per facilitare i contatti con i familiari e offrire un migliore regime di detenzione rispetto a quanto proposto alla Farera fino ad oggi. Le ore fuori cella passano per esempio da 2-6 a 13. Un processo iniziato nel 2023 con un investimento da 3 milioni, e che è ancora un cantiere aperto a livello svizzero, dato l’affollamento delle carceri nel Paese. Il direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi: «Se qualche anno fa si pensava che si potesse ovviare la costruzione di nuove strutture carcerarie non solo in Ticino ma anche nel resto della Svizzera, purtroppo la cronaca, ma anche l'evoluzione della statistica penale, ci dimostra come sia necessario avere più posti». Da un lato «perché la Svizzera è comunque un Paese molto aperto e il Canton Ticino non fa eccezione, anzi, il filtro della dogana porta molta più popolazione detenuta rispetto ad altri Cantoni della Confederazione». Questo evidentemente «deve trovare anche delle soluzioni stabili, da un lato per garantire la sicurezza, dall'altro per migliorare le condizioni di lavoro del nostro personale». Delle misure necessarie a fronte di una popolazione carceraria che cambia ciclicamente in Ticino e in Svizzera, con un aumento della popolazione geriatrica, o minorile. Un tema ancora d’attualità, che dovrà essere discusso tra i banchi del Parlamento.

