
La sofferenza esiste. Anche qui, in Ticino. «Nelle famiglie, nelle vicende personali, nei problemi anche sociali». Parola di Alain de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano, intervistato da TicinoNews in vista della Pasqua. In un mondo segnato da guerre, tensioni, a maggior ragione con il perdurare del conflitto in Medio Oriente e senza dimenticare quello in Ucraina, che messaggio può portare, appunto, la Pasqua? «Un messaggio di avvenire» afferma de Raemy, «perché la Pasqua comincia con la passione di Gesù, ma finisce con la sorpresa della risurrezione, con la luce del mattino di Pasqua, con quella tomba, quel sepolcro aperto, nello stupore: come mai? E dove? E poi quella presa di coscienza che quell'uomo, Gesù, che era lì chiuso in un sepolcro, è presente con noi in un modo del tutto nuovo. E penso che la Pasqua esprima un avvenire per tutti quelli che stanno soffrendo adesso una vera passione, una sofferenza, una via crucis».
«E la via crucis, se può diventare un modo di vivere, di continuare a vivere nella cura dell'altro, perché penso che chi si trova in guerra, in situazioni estreme, si trova permanentemente a poter aiutare forse qualcun altro, a essere, a venire a soccorrere qualcuno» prosegue l'amministratore apostolico. «E penso che si vivono degli atti di amore e di eroismo per il prossimo». Atti che sono, in tutto e per tutto, «una Pasqua vera». E quando «verranno a luce, come è venuto Gesù risorto, saranno anche storie, storie belle da raccontare nel contesto della guerra, come l'umanità, il più bell'umanismo può esprimersi anche in quelle condizioni».
La croce, come quella anche grande che vediamo alle spalle di de Raemy, è un simbolo centrale del cristianesimo. Come può arrivare questo simbolo alle nuove generazioni? «Io penso che arrivi, cioè nella gioventù, nell'adolescenza in particolare, si vivono momenti difficili di ricerca d'identità, di non stare a proprio agio, di essere un po' a disagio. Quella croce era il metodo romano della condanna a morte, il modo di eseguire la pena. E questo può sorprendere, ma visto che la vediamo ovunque, che l'arte pure la esprime, penso che appena si riesce a spiegare un po', uno facilmente entri in connessione. Anche perché la croce è sì l'uccisione di un condannato a morte, ma ci sono queste braccia aperte che esprimono tutt'altro che un cadere sotto un peso, no? È un aprirsi, è un esporsi con il cuore aperto. Penso che sia un linguaggio che oggi può essere capito».

