
È approdata fino al Tribunale federale di Losanna la vicenda di un animalista che tra il 2016 e il 2017 aveva pubblicato su Facebook e sul sito che gestiva una fotografia di un cacciatore ticinese, accostandola a quella di un combattente del sedicente Stato Islamico (ISIS), e una serie di commenti negativi nei confronti dei cacciatori e della loro associazione mantello CacciaSvizzera, “tacciandoli di condotta criminale per aver praticato o sostenuto la caccia”.
A fine novembre 2016 l’attivista - che risiede in Ticino e da anni combatte una battaglia ideale contro la pratica della caccia come hobby, aspirando ad introdurre in tutta la Svizzera una regolamentazione come quella del Canton Ginevra, dove la caccia in quanto tale è vietata - era stato denunciato dal soggetto della foto e dall’associazione mantello, che si era pure attivata civilmente chiedendo al Pretore di Locarno Campagna di ordinare la cancellazione degli articoli contestati.
Le conseguenti inchieste avviate dal Ministero pubblico avevano condotto all’emanazione di due decreti d’accusa a carico dell’attivista. Quest’ultimo era stato condannato nell’agosto del 2016 per calunnia nei confronti del cacciatore e nel maggio 2017 per ripetuta calunnia nei confronti di Caccia Svizzera (viste le diverse pubblicazioni via web). L’uomo era pure stato riconosciuto colpevole di disobbedienza a decisioni dell'autorità per non avere ottemperato alla decisione supercautelare con la quale gli era stato ordinato di rimuovere immediatamente dal sito internet e dal proprio profilo Facebook gli articoli contestati.
L’attivista si era opposto ad entrambi i decreti e la causa era approdata congiunta in Pretura penale. In prima istanza l’uomo era stato scagionato dal reato di disobbedienza a decisioni dell’autorità e per la calunnia relativa a uno dei quattro punti del decreto d’accusa del 2017 (la pubblicazione di un volantino nel quale era indicato come i membri dell’associazione di caccia svizzera fossero coinvolti, anno dopo anno in migliaia di infrazioni alla legge). Gli altri capi di imputazione erano stati confermati e il presidente della pretura penale lo aveva condannato alla pena pecuniaria di 50 aliquote giornaliere da 30 franchi e al pagamento della tassa di giustizia e delle spese per un totale di 1'350 franchi.
L’attivista aveva immediatamente annunciato la sua intenzione di ricorrere e il caso era approdato alla Corre d’appello e di revisione penale (CARP). Con sentenza del 25 marzo pubblicata oggi la Corte cantonale aveva parzialmente accolto il suo ricorso sospendendo condizionalmente l’esecuzione della pena per un periodo di prova di 4 anni e infliggendogli una multa di 300 franchi, confermando tuttavia il giudizio di condanna.
Ebbene, stando a nostre informazioni la vicenda si è appunto conclusa a Losanna nel luglio scorso, quando il Tribunale federale ha respinto in ultima istanza il ricorso presentato dall’attivista contro la sentenza della CARP. I giudici di Mon Repos non hanno ammesso la critica rivolta dal ricorrente alla Corte cantonale. “In realtà e contrariamente a quanto sembra ritenere il ricorrente, la sentenza dell’ultima istanza cantonale gli è più favorevole, giacché gli ha concesso la sospensione condizionale della pena”. Il TF ha pertanto concluso che la censura sia da ritenersi inammissibile “siccome è sollevata in termini generici e facendo semplicemente riferimento alla motivazione, a suo dire errata, della sentenza impugnata” e ha posto le spese giudiziarie, pari a 1'200 franchi, a carico del ricorrente.
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