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Accordo italo-svizzero, "non prima di fine legislatura (?)"
Accordo italo-svizzero, "non prima di fine legislatura (?)"
Accordo italo-svizzero, "non prima di fine legislatura (?)"
Redazione
10 anni fa
Tutto è ancora congelato. Molto dipenderà dal casellario e dal governo Gentiloni. "Non è più all'ordine del giorno"

Torna a far discutere l’accordo italo-svizzero sull'imposizione fiscale dei frontalieri, siglato ormai quasi due anni fa (il 23 febbraio 2015) in Prefettura a Milano dal negoziatore italiano Vieri Ceriani (nella foto) e l’allora consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf. L’accordo è già negoziato e formato e deve essere solo ratificato, ma il Governo italiano deve sottostare al volere della Camera dei deputati, che concederebbe il via libera all'accordo solo in caso di rimozione dell'esito del referendum del 9 febbraio 2014 sull'immigrazione di massa e del casellario giudiziale richiesto ai frontalieri. Il Parlamento, ricordiamo, ha infatti accolto due mozioni in questo senso proposte dal PD.

“L’accordo è stato sottoscritto formalmente, in termini tecnici si dice parafato – ha detto al Corriere di Como Alessandro Tarpini, responsabile nazionale Cgil per le politiche del frontalierato – ma l’Italia ha sempre chiesto che cessassero i limiti alla libera circolazione. Il fatto è che questo accordo, almeno a mio giudizio, non è più all’ordine del giorno. E certamente non sarà portato in Parlamento prima della fine di questa legislatura”.

Dichiarazioni che di certo non contribuiscono a smorzare il malumore che serpeggia attorno questo accordo, con l’ultima frase di Tarpini che riapre lo spettro di un ennesimo rinvio. Certo, quelle del responsabile nazionale per le politiche del frontalierato sono supposizioni personali. A livello politico, uno dei due paletti imposti dall’Italia, ovvero l’iniziativa contro l’immigrazione di massa, è ormai caduto in quanto la soluzione proposta dal Parlamento federale il 16 dicembre scorso è una soluzione eurocompatibile.

Rimane quindi il paletto del casellario giudiziale, con l’Italia che attende una modifica che lo renda compatibile all’accordo sulla libera circolazione. Si saprà di più a giugno: lo scorso 25 maggio, rispondendo a due interrogazioni dei deputati Maurizio Agustoni, Giorgio Fonio e Fiorenzo Dadò (PPD), il Consiglio di Stato ha confermato di aver incaricato il Dipartimento delle istituzioni "di sottoporre entro un anno delle possibili varianti compatibili con il diritto internazionale".

Tornando alle parole di Tarpini, le stesse possono essere interpretate in un altro modo: l’attuale Governo italiano potrebbe non arrivare a giugno in caso si andasse a elezioni anticipate. Affaire a suivre, quindi.

Non dovrebbe d’altro canto rappresentare un problema l’iniziativa “Prima i nostri”, con la Commissione che si sta orientando verso misure non lesive della Libera circolazione e soprattutto con l’iniziativa stessa che non ha ancora ricevuto la garanzia federale. Mettere troppi paletti, inoltre, si rivelerebbe controproducente anche per l’Italia: non va dimenticato che questo accordo è nell’interesse di Roma dal punto di vista finanziario (si parla di un pacchetto milionario) mentre è più problematico dal punto di vista politico.

Alcuni addetti ai lavori hanno ipotizzato che il governo di Paolo Gentiloni, che è un governo di transizione, potrebbe decidere di ratificare l’accordo, attirandosi gli strali della popolazione ma con la consapevolezza di non subire conseguenze politiche non candidandosi alla prossime elezioni. Ma è uno scenario che appare decisamente improbabile.

nic

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