
L’arresto di un docente di una scuola media del Bellinzonese per reati contro l’integrità sessuale di minorenni riapre con forza il tema della prevenzione e, soprattutto, della gestione di questi casi all’interno delle scuole. A intervenire sono le deputate di Più Donne Maura Mossi Nembrini e Tamara Merlo, che hanno presentato un’interpellanza urgente al Consiglio di Stato. Il punto centrale non è solo quanto accaduto, ma il modo in cui le istituzioni reagiscono – e comunicano – situazioni di questo tipo. «Il problema non è solo il reato in sé, ma il modo in cui viene raccontato, o non raccontato, agli allievi», sottolineano le due firmatarie.
«Non “comportamenti inappropriati”: sono reati»
Nel mirino delle deputate c’è quello che definiscono un approccio troppo prudente, se non reticente, da parte della scuola. «Se ai giovani viene spiegato chiaramente che drogarsi è un reato, perché non si usa la stessa chiarezza quando un adulto compie atti sessuali su minori?», chiedono Mossi Nembrini e Merlo. E insistono su un punto preciso: «Non si tratta di “comportamenti inappropriati”, ma di reati gravi puniti con la detenzione. Usare eufemismi rischia di creare confusione morale e di indebolire la capacità dei ragazzi di riconoscere situazioni pericolose».
«Serve empowerment, non protezionismo»
Secondo le deputate, il sistema scolastico tende ancora a proteggere gli allievi attraverso il silenzio o informazioni parziali. Si passa troppo spesso dal dovere di protezione al protezionismo», affermano. «Ma i giovani hanno bisogno di strumenti cognitivi e giuridici per capire e difendersi. Non dire le cose non li protegge, li rende più vulnerabili». Da qui la richiesta di un cambio di paradigma: «Serve empowerment, non silenzio istituzionale».
Dubbi sui protocolli: «Perché non hanno funzionato?»
L’interpellanza solleva anche interrogativi sulla prevenzione. Solo pochi mesi fa, ricordano le due deputate, il Governo aveva rassicurato sulla solidità dei protocolli. «Oggi ci troviamo di fronte a nuovi fatti gravi. È legittimo chiedersi perché le procedure di ascolto e segnalazione non abbiano intercettato prima il problema», osservano. E aggiungono: «Quando è in gioco l’integrità dei minorenni, ogni ritardo nella verifica dei meccanismi di controllo è inaccettabile».
Comunicazione e sostegno: «Non basta dire che c’è un servizio»
Un altro punto critico riguarda la gestione del “dopo”, in particolare nelle classi coinvolte. «Gli allievi sono esposti a informazioni frammentarie e potenzialmente traumatiche», spiegano. «Non basta dire che esiste un servizio psicologico per chi lo richiede: serve un intervento proattivo, strutturato e immediato». Le deputate chiedono quindi chiarimenti su come vengano accompagnati studenti e studentesse dopo eventi di questo tipo e su quali direttive siano state date alle scuole.
«Famiglie coinvolte e informate»
Infine, l’attenzione si sposta anche sui genitori. «Le famiglie devono essere messe nelle condizioni di parlare con i propri figli senza tabù», sottolineano. «Serve un coinvolgimento attivo, non una comunicazione minima o tardiva».
L’affondo politico: «Dopo quante vittime sarà urgente?»
L’interpellanza è stata dichiarata urgente anche alla luce di precedenti atti parlamentari, che – ricordano le firmatarie – non avevano ricevuto lo stesso trattamento. Da qui la domanda finale, volutamente provocatoria: «Se un caso di questa gravità non è considerato urgente, dopo quante vittime lo sarà?».

