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"Abbiamo costruito noi l'arma in mano a Erdogan"
"Abbiamo costruito noi l'arma in mano a Erdogan"
"Abbiamo costruito noi l'arma in mano a Erdogan"
Redazione
7 anni fa
L'analisi del prof. Vittorio Emanuele Parsi degli ultimi avvenimenti in Siria. "L'Europa deve reagire. Come la Svizzera, non può pensare di chiudersi per sempre"

La Siria torna suo malgrado sotto i riflettori del mondo intero. Da cinque giorni, infatti, l'esercito turco del premier Recep Tayyip Erdoğan ha iniziato un'offensiva su larga scala contro le postazioni curde nel nord-est del Paese. Le operazioni militari, lo ricordiamo sono scattate dopo il riposizionamento delle truppe americane nell’area decise dal presidente americano Donald Trump. Per la Turchia, le milizie curde sul confine (quelle dell’YPG) sono ritenute "organizzazioni terroristiche" in quanto affiliate al PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan che dagli anni ‘80 si batte contro il Governo di Ankara.

Insomma, la mossa di Trump ha avuto ripercussioni notevoli in uno scacchiere delicato come quello siriano, da anni flagellato da una guerra civile e dalle milizie del sedicente Stato islamico (ISIS). Per capire meglio lo scenario sul confine turco-siriano e le ripercussioni politiche, ne abbiamo parlato con Vittorio Emanuele Parsi, professore ordinario di Relazioni Internazionali nell’Università Cattolica di Milano e direttore del Master in Economia e Politiche internazionali, offerto congiuntamente dall’USI.

La mossa di Donald Trump - Il 9 ottobre il presidente statunitense aveva annunciato via Twitter il ridispiegamento di cinquanta soldati americani dislocati nel nord della Siria. "Le stupide guerre senza fine, per quanto ci riguarda, stanno finendo!", aveva postato, dando de facto il via libera all'offensiva turca. "Nel compiere questa mossa Trump ha dimostrato di sottovalutare e non comprendere la situazione - ha commentato Parsi - È stata una decisione irresponsabile, dettata dal fatto che per lui l'unica cosa importante fosse quella di 'portare a casa i soldati americani'. Ma quando si compiono simili errori ci sono delle inevitabili conseguenze…"

Resosi conto dell'errore, nel tentativo di riguadagnare credibilità il presidente ha dapprima accusato i curdi di non aver aiutato gli USA nientemeno che durante lo sbarco in Normandia nel 1944 e in seguito ha minacciato di sanzioni il governo di Ankara. Ma avendo aperto le porte all'offensiva turca, sono minacce che perdono decisamente di credibilità. "Le minacce degli Stati Uniti lasciano il tempo che trovano – ha confermato Parsi – Trump, ora, è pressato anche dal suo partito, o perlomeno da qualsiasi repubblicano che capisce un minimo di politica estera". Ma non è tutto: "Il partito si stava compattando contro l'impeachment, ovvero contro l'offensiva democratica, ma con questa idiozia tutto è cambiato".

Le questioni politiche - Quel che è certo è che ora fermare Erdogan è difficile. Il presidente turco si è mosso anche per questioni di politica interna e per non perdere prestigio davanti all'elettorato che lo sta premiando non può abbandonare la sua offensiva prima di aver portato a casa qualche risultato. "Il suo obiettivo è quello di sostituire i curdi nel nord della Siria con dei siriani sunniti - ha spiegato Parsi - Per fermarlo occorre mantenere una pressione molto forte su Ankara, facendogli pagare a caro prezzo questa offensiva con pesanti sanzioni e un embargo sulle armi". In questo senso, nella giornata di ieri Francia e Germania hanno deciso di sospendere qualsiasi progetto di esportazione di materiale bellico verso la Turchia.

"L'Europa deve mostrare fermezza", ha proseguito Parsi. Ma sullo sfondo resta la minaccia di Erdogan di far affluire più di tre milioni di profughi. Un'arma che molti governi temono ma che, prosegue il professore, "gli abbiamo costruito e consegnato noi".

"La questione dell'invasione dei profughi ce la siamo inventata noi – spiega, con evidente riferimento alla politica dei governi 'sovranisti' – L'interesse dell'Europa dovrebbe essere un interesse a medio-lungo termine, ovvero limitare l'anarchia attraverso il ricorso alle istituzioni internazionali, invece ci siamo fregando con un interesse a breve termine che è quello di tenere fuori dai confini le persone. L'Europa è un continente enorme con moltissime frontiere, non è la Svizzera che può illudersi di chiudersi al suo interno (e nemmeno lei lo potrà fare per molto tempo). Ci siamo costruiti un mostro: la fantomatica minaccia per la sicurezza da parte delle migrazioni".

Insomma, senza un intervento deciso l'Europa perde autorevolezza morale e tradisce i princìpi e i valori ai quali dovrebbe ispirarsi: "La Turchia sta invadendo uno Stato per risolvere dei suoi problemi di sicurezza interna: è inaccettabile che una cosa del genere stia accadendo ai confini europei", prosegue Parsi. "In questo modo l'UE si discosta sempre più da quella potenza civile che pretende di essere".

Il 'grande burattinaio' - Erdogan recita indubbiamente la parte del grande burattinaio: "Sa bene che se evoca la questione dei curdi il popolo gli sta dietro. Se ci aggiungiamo leggi liberticide che gli consentono di incarcerare gli oppositori abbiamo un quadro abbastanza chiaro della situazione." Sempre ieri è emerso che la Turchia starebbe usando gruppi jihadisti per fare la guerra ai curdi. Nell'accozzaglia dell'Esercito siriano nazionale (National Syrian Army, Nsa) filo-Ankara, composto da decine di brigate e battaglioni per un totale - secondo i comandanti dell'Nsa - di 25'000 uomini, c'è anche Ahrar Al Sharqiya, un gruppo di ribelli siriani armati originari del Governatorato di Deir ez-Zor, di ideologia nazionalista e islamista, fondato da alcuni fuoriusciti di Al Nusra tra cui Abu Maria Al Qahtani. Sono stati accusati di aver stretto alleanza con il cosiddetto Stato Islamico, aiutando i terroristi europei a raggiungere da Est le sue roccaforti.

Il ruolo della Russia - In Siria la Turchia è il terzo attore in gioco per ordine di importanza dietro l'Iran e la Russia di Vladimir Putin. "Per ora il governo siriano ha mostrato cautela, con Mosca e Teheran pronti a intervenire come mediatori visti i numerosi interessi in gioco", ha spiegato Parsi. Proprio nella giornata di ieri, infatti, il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha offerto la mediazione di Teheran tra Siria e Turchia "per ristabilire una situazione di sicurezza al confine tra i due Paesi". In un'intervista con l'emittente pubblica turca Trt World, il capo della diplomazia iraniana ha fatto riferimento a un accordo del 1998 in base al quale Damasco non avrebbe dovuto più ospitare i militanti curdi del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) in lotta contro la Turchia. "L'accordo di Adana tra Turchia e Siria, ancora valido, può essere la via migliore per ristabilire la sicurezza", ha detto Zarif, sottolineando che "l'Iran può aiutare a mettere insieme i curdo-siriani, il governo siriano e la Turchia in modo che l'esercito di Damasco insieme alla Turchia possa sorvegliare il confine".

Dal canto loro le forze curde in Siria hanno chiesto agli Stati Uniti di "assumersi le proprie responsabilità morali" e di "rispettare le promesse" dopo aver accusato Washington di averle abbandonate davanti all'offensiva delle truppe turche.

Basterà tutto questo a impedire l'ennesimo bagno di sangue nella regione?

nic

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